Monthly Archives: May 2010

Tesla Elon Musk contro la moglie Justine

elone justine muskPotrebbe sembrare la battaglia dei Roses , vale a dire la causa di divorzio che contrappone Elon Musk  fondatore della Tesla Motors , ma prima coofondatore di PayPal alla moglie Justine Musk scrittrice di fantascienza.

La moglie ha deciso di mettere in un blog personale tutta la vicenda e tutti i resoconti finanziari del divorzio , comprese le richiesta avanzate.
La Musk col blog vuole dimostrare di non essere una moglie a caccia di soldi ma una persona devota che ha passato 8 anni con Elon a cui a dato sei figli di cui uno morto .  E che per questo chiede poco considerando che vede il marito come uno degli uomini più ricchi del pianeta almeno a livello potenziale.

Le richieste della moglie sono : alimenti per i figli, la casa , 6 milioni di dollari, il 10 % azioni Tesla , il 5% delle azioni SpaceX e una Tesla Roadster.

Il marito risponde piangendo miseria in quanto il suo patrimonio di 1,2 miliardi di dollari ottenuto dalla vendita di PayPal sarebbe stato investito in tre società: la Tesla, la SpaceX e la SolarCity.

Le società non hanno ancora restituito niente a lui nel ruolo di investitore. Infatti lui denuncia entrate per 8255 dollari , dovuti probabilmente allo stipendio di Ceo di due di queste creature, mentre denuncia spese mensili pari a 200 mila dollari .
In questo momento sarebbe sotto di 600 mila dollari e tirerebbe avanti solo grazie a prestiti.


SSangYong in vendita si fanno avanti sette pretendenti

ssangyong-c200-spy-03La SSangYong motor è da un po’ di tempo in amministrazione controllata anche se formalmente è proprietà della cinese Saic.

Ora per uscire dall’impasse il marchio è messo in vendita con le relative tecnologie ed impianti.

Ci sarebbero sette costruttori che si propongono di rilevarla , anche se non sono stati rivelati i noni dei possibili acquirenti.

Però dalle notizie filtrate conosciamo almeno tre latori della proposte e sono:

La indiana Mahindra il più grosso costruttore di SUv e trattori dell’India.

La Franco giapponese Renault Nissan

La Daewoo divisione bus marchio che non è stato ceduto al tempo alla General Motors.

Le offerte definitive dovranno pervenire entro il 20 luglio prossimo, e dopo poco il marchio verrà assegnato.


Giugiaro perchè ho venduto a Volkswagen

giorgetto-giugiaroGiugiaro: “La storia non finisce ora con la Volkswagen cominciamo un altro viaggio” Le ragioni che hanno convinto lo stilista industriale piemontese ad accettare l’offerta del gruppo tedesco di rilevare il 90% della Italdesign

Appena una settimana fa la storia del personaggio Giorgetto Giugiaro e della sua azienda, l’Italdesign fondata nel 1968 assieme all’amico Aldo Mantovani, sarebbe stata un’altra. Per lo meno nel finale. Perché se in una mattina quasi estiva arriva a Moncalieri, hinterland industriale di Torino, il presidente della Volkswagen, Martin Winterkorn, per annunciare che il 90,1 per cento di Italdesign è stato acquisito dal colosso di Wolfsburg per una cifra non ufficializzata ma che dicono vicina ai 300 milioni di euro, vuol dire che quella storia ha preso un’altra deriva che porta nel cuore della Germania e forse tra qualche anno in cima all’industria mondiale dell’automobile.
Come tenersi lontano dalla crisi e fare in modo di non rischiare di entrarci: in questa scelta c’è un pezzo importante della vita di GiGi, come i collaboratori chiamano affettuosamente il capofondatore, e un anticipo di quel che potrà accadere.
Una mossa che ha tutte le caratteristiche del caso di scuola in un settore industriale che, dopo essersi congedato tra incertezze dal Secolo Breve, è entrato in una turbolenza che ancora non si è placata. L’incipit è comunque immutato e porta a Garessio, estremo NordOvest e profondo Cuneese dove le Alpi Marittime lasciano passare il vento largo della Riviera.
E’ lì che nasce Giorgetto, diminutivo col quale viene registrato all’anagrafe, il 7 agosto del 1938. E per lui sembra profilarsi un destino che sta nella tradizione di famiglia, fatta di mestieri che si tramandano.
Nonno Luigi disegnava angeli sulle volte delle chiese sulle orme del più celebre Canavesio, papà Mario era un maestro di pittura a olio e decorazioni sacre. E lui? Potrebbe continuare, una vita tranquilla, senza grandi sussulti. E invece no.
Giorgetto, appena quattordicenne, lascia Garessio e si trasferisce a Torino dove studia al liceo artistico e contemporaneamente frequenta corsi serali di disegno tecnico. Perché l’arte è bella ma la tecnica è più rassicurante. E per un ragazzo di provincia affascinato dalle auto e soprattutto dal disegno delle auto, in un’epoca senza computer, che cosa c’è a Torino se non la Fiat?
Ed è la Fiat di Valletta e dell’ingegner Dante Giacosa, padre della Cinquecento, che era rimasto impressionato dai “figurini” di vetture disegnati per una mostra dal ragazzo di Garessio. “Quella Fiat era un inferno, ma era un grande apprendistato”, ricorda Giugiaro. Poi la vera scoperta da parte di uno che sarebbe stato in futuro un suo concorrente: Nuccio Bertone lo arruola nella sua già affermata carrozzeria e lui finirà per diventare capo del centro stile.
A ventuno anni disegna la Giulietta, un’Alfa Romeo destinata a fare epoca. Negli anni che seguono dalla sua matita escono dream car come la Ferrari 250 GT, la Corvair Chevrolet Testudo, la Maserati Ghibli per conto della Ghia e la De Tomaso Mangusta. Lavora per i grandi atelier dell’auto ma sogna di creare qualcosa di veramente ed esclusivamente suo. Nel ’67 esordisce con l’Ital Styling che un anno dopo, assieme a Mantovani, trasforma nell’Italdesign.
E’ la fine dei favolosi anni Sessanta ed è anche un momento d’oro per il grandi maestri dello stile. A Torino ci sono già e sono affermati Pininfarina e Bertone, ma Giorgetto Giugiaro si ritaglia con autorevolezza la sua nicchia. Sa disegnare vetture uniche ma intuisce che la motorizzazione di massa è destinata a premiare anche chi ha il talento per le auto medie e poi per quelle ancora più piccole. Ciò che conta e la fantasia sposata all’innovazione tecnologica. E lui negli anni Settanta riesce a mettere a segno colpi come la Golf della Volkswagen. E’ infatti nel 1974 che prende corpo la collaborazione con Ferdinand Piech.
Nel ’72 Piech è venuto all’Italdesign per uno stage e ora gli chiede di creare per la casa di Wolfsburg un’auto che abbia le caratteristiche e il successo della 128 Fiat. L’amico Giorgetto lo accontenta appunto con la Golf.
Riproporre quella collaborazione come prima tappa dell’accordo di una settimana fa sarebbe una forzatura. Ma è certo che fu una grande opportunità sfruttata al meglio, un momento felice per sottoscrivere una sorta di contratto di assicurazione su un futuro che allora era difficile datare. Ma che è arrivato puntualmente nelle ultime settimane con il passaggio dell’Italdesign sotto il grande ombrello del gruppo tedesco. “Una decisione mia e di mio figlio Fabrizio, il quale deve prendere il testimone in mano e andare avanti”, racconta Giorgetto, spiegando che questa scelta anche come tempi non è stata affatto casuale.
“Quando programmi di fare 150 milioni di lavoro, come abbiamo fatto noi per il 2009, e alla fine dell’anno ti accorgi che, sia pure senza grandi sofferenze per il bilancio, sei arrivato appena a 110, allora vuol dire che vivi in un mondo in cui non ci sono più certezze e piani scontati in partenza”.
A 72 anni non ancora compiuti e portati alla grande l’ex ragazzo di Garessio, ha disegnato, questa volta non una vettura, ma il futuro della sua azienda e della sua famiglia. “Lottare ogni giorno senza certezze sarebbe stato un rischio”, ammette. E lui ha individuato la soluzione.
Lo ha fatto, senza esitazioni, in un momento di buona salute per l’Italdesign. Corteggiato dal Fondo sovrano del Qatar e da altri aspiranti ha optato per gli amici tedeschi che a loro volta hanno avuto le loro buone ragioni per scommettere sull’amico torinese. E dopo essersi portati a casa un maestro dello stile come Walter De’ Silva, strappato alla Fiat, alla quale hanno attinto di recente per ingaggiare anche Luca De Meo, hanno fatto la loro offerta a Giugiaro, una di quelle offerte che è difficile rifiutare.
Giorgetto, assieme a Fabrizio che è vicepresidente del gruppo, ci ha pensato su. “Non molto. Una settimana. Ho riflettuto ancora una volta sul fatto che da soli oggi nel nostro mestiere è difficile andare lontano. Quello dell’auto è un mondo in evoluzione, nel quale bisogna avere spalle larghe”. E i tedeschi sono più che una garanzia.
Con dieci marchi e un piano strategico col quale vogliono arrivare nel 2018 ad essere il numero uno del mondo, hanno bisogno di espandere la loro potenza di fuoco, creando o comprando anche strumenti e uomini per poterlo fare. L’Italdesign è un pezzo pregiato sul mercato.
Per meglio rendere l’idea della filosofia che sta alla base dell’operazione, Giorgetto, racconta: “Mentre trattavo con i vertici della Volkswagen stavo leggendo un libro dello scrittore norvegese Jostein Gaardner, intitolato Il sogno di Sofia”. E cita non a caso questa frase: “Oceano diventa ogni goccia quando raggiunge l’oceano”. Chiaro no? La goccia poteva brillare e avere senso quando i grandi mondiali dell’auto si contavano sulle dita di una mano ed erano talmente grandi da dover ricorrere al genio dei “piccoli” per fare qualcosa di veramente bello. Ma quel mondo è tramontato col Novecento e sulla piazza hanno fatto irruzione altri competitori che ragionano in milioni di vetture.
“Allora ho pensato che era giunto il momento di mettere la famiglia e i dipendenti al sicuro”. Fine della storia?
“Assolutamente no, è solo l’inizio di un altro viaggio”, risponde Giugiaro con quel suo sorriso che trasmette ottimismo. “La mia è stata una decisione presa serenamente, d’istinto e di cuore, come quando disegno un’auto”. Forse è anche per questo che nessuno ha avuto nulla da dire, non ci sono stati commenti malevoli o giudizi critici e di disapprovazione per un’operazione che non è una resa di chi è in difficoltà. Nel qual caso i tedeschi si sarebbero rivolti altrove. E invece sono venuti qui, nella splendida sede oltre la collina torinese, dove, assicurano, tutto resterà come prima. “Nessuno mi ha detto perché lo hai fatto”, dice Giugiaro. Che si prepara a vivere una terza giovinezza, dopo quella vissuta con la Fiat e con Bertone e quella della creazione con Mantovani dell’Italdesign. E cita ancora Ferdinand Piech: “Noi non possiamo andare in pensione”.
Forse riuscirà a ritagliare un po’ di tempo in più per andare a scorazzare con la sua moto da neve sulle montagne di Garessio. Come il ragazzo che avrebbe dovuto disegnare angeli e invece ha disegnato automobili, andando a sedere nel board della Volkswagen.

SALVATORE TROPEA da repubblica.it affari e finanza


Indianapolis incidente Mike Conway video

Negli ultimi giri della indianapolis 500 2010 c’è stato uno spettacolare incidente che ha coinvolto il pilota americano Mike Conway .

Mentre duellava nell’ovale con Ryan Hunter Reay improvvisamente è decollato sulla pista ha sbattuto sulla rete di recinzione spaccando la macchina in due parti .

Relativamente leggere le conseguenze rispetto alla dinamica terribile dell’incidente , il pilota si sarebbe solo fratturato una caviglia.


La Ferrari F1 è da rifare

ferrari-2010-massaFerrari da rifare (torna il paracarro)

Il suicidio sportivo della Red Bull e quello tecnico della Ferrari. Senza di loro il Gp di Turchia sarebbe stato una noia. La Red Bull stava realizzando la seconda doppietta consecutiva quando Vettel ha deciso di attaccare il suo compagno Webber immaginando o pretendendo che gli lasciasse spazio per passare. Coppia finita, scoppiata. La scuderia più forte sta cercando in ogni modo di fallire un campionato che potrebbe dominare allegramente. E invece, perdi punti oggi, butta via una gara domani, dà il tempo alla McLaren di recuperare terreno e prestazioni (sempre che l’accoppiata Hamilton-Button regga: qui a Istanbul si sono presi a sportellate, pur senza fare danni).
Più grave il caso della Ferrari, regredita in un mese ai livelli del 2009. Una squadra da mezza classifica, con qualche alto e basso, surclassata dai team più forti e in difficoltà persino nei confronti della Renault, che fino a dicembre pareva non dovesse neppure iscriversi. Gli errori: assenza di innovazione e mancanza di creatività, proprio i punti di forza del made in Italy. E poi decisioni sbagliate, che hanno portato a copiare un’idea altrui (l’F-duct della McLaren) tralasciando il piano di sviluppo iniziale. Non lo diciamo noi: l’ha ammesso Stefano Domenicali, il capo della gestione sportiva Ferrari. A Maranello hanno imboccato una strada sbagliata e ora devono tornare indietro. Tra un mese a Valencia arriverà una specie di versione B della F10, ma le aspettative sono modeste perché al massimo recupererà 3 degli 8 decimi di ritardo dai migliori. E poi la squadra è scollata. A caldo Alonso negava che sviluppare l’F-duct abbia impedito uno sviluppo di altre aree, cinque minuti dopo Domenicali affermava il contrario. Tempo per rimediare? Forse ce n’è, a patto che gli avversari continuino a sbagliare. Magra prospettiva.

Stefano Mancini da lastampa.it


Franchitti vince la sua seconda 500 miglia di Indianapolis

dario franchitti500 Miglia a Franchitti: è lui il 94° re di Indianapolis
Il pilota scozzese, con origini italiane, ha vinto la 94esima edizione della 500 Miglia di Indianapolis. Chip Ganassi ha stabilito un nuovo record, diventando il primo costruttore a vincere a Indy e alla 500 di Daytona lo stesso anno

Dario Franchitti ha vinto la 94esima edizione della 500 Miglia di Indianapolis 500. Il pilota scozzese ha dato la possibilità a Chip Ganassi di stabilire un nuovo record, ovvero di diventare il primo proprietario di un team a vincere a Indy e Daytona lo stesso anno.

Franchitti, di origini italiane, è anche noto per essere sposato dal 2001 con l’attrice Ashley Judd. La sua è una famiglia di piloti: il fratello, Marino Franchitti, la sorella Carla e un cugino, Paul di Resta, hanno fatto della loro passione per le quattro ruote una professione.


Volvo cinese primi passi analisi

volvo-s60-15Il marchio svedese ceduto dalla ford sfida i tedeschi nel segmento premium con una berlina bella e innovativa.

La nuova vita di Volvo con i padroni cinesi della Geely. Primo saggio è la S60, debutta il sistema salva-pedoni

Ci sono, ma non si vedono. Dopo aver acquisito da Ford il marchio Volvo (1,3 miliardi di euro), i cinesi della Zhejiang Geely Holding capitanati dal miliardario Li Shofu attendono nell’ombra che venga formalizzato il passaggio del pacchetto azionario. Il nuovo board sarà pienamente operativo dopo l’estate e non è escluso che venga deciso di trasferire il cuore pulsante dell’azienda a Shanghai, anche se Gõteborg rimarrà sede strategica.

Per ora in Cina stanno facendo i conti, preparandosi a ottimizzare (e monetizzare) il know how tecnologico e la rete commerciale della Casa. «L’obiettivo iniziale di vendere globalmente 390 mila veicoli nel 2010 potrebbe essere migliorato grazie al successo del Suv XC60 e i conti, dopo il rosso di 934 milioni di dollari del 2009, torneranno positivi», ha garantito l’attuale presidente di Volvo, Stephen Odell, che dovrebbe rimanere nella futura governance. La speranza è di scalare quota 400 mila, prima di sferrare un assalto più consistente ai mercati nel 2012, quando partirà la produzione in serie delle prime ibride plug-in. La spinta ambientalista è in pole position nei programmi di sviluppo industriale, come testimonia anche la gamma dei sette modelli DRIVe a limitate emissioni di Co2.

Di certo Volvo ha gli occhi del mondo addosso: è la prima volta che un gruppo cinese conquista un brand premium occidentale, con tutti i suoi asset (tranne quello dei veicoli pesanti, rimasti svedesi) e c’è grande curiosità sul tipo di intervento che verrà operato. Per ora è stata annunciata soltanto la realizzazione di uno stabilimento a Pechino, perché sul mercato domestico la Geely proverà a limitare il predominio di Audi e degli altri marchi del lusso tedesco. Grazie a Volvo, Geely vuole crescere a livello globale. Ha iniziato a produrre auto soltanto nel 1998, ma è diventata la principale società automobilistica privata cinese con quartier generale nel Sud-Est. Il gruppo è valutato 2,05 miliardi di dollari e ha 12.000 dipendenti, con una capacità produttiva attuale di 300.000 veicoli l’anno, destinata a lievitare rapidamente.

Nonostante i problemi, Volvo non ha mai rallentato sul fronte dell’innovazione. E il modello che sta lanciando in questi giorni, la berlina affusolata S60 (ordinabile da noi a giugno, ma sul mercato a metà settembre) è un gioiello sul fronte della sicurezza, con sistemi inediti. Ad esempio il Pedestrian Detection che rileva la presenza di pedoni sfuggiti alla vista del guidatore e frena automaticamente, fino a 35 km/h, oppure rallenta la vettura per ridurre gli effetti dell’impatto. Un optional prezioso, inserito nel pacchetto Driver Support (che comprende anche l’Adactive Cruise control e il Blis per la segnalazione di auto che sopraggiungono nascoste da angoli ciechi), a 2.400 euro per l’allestimento Kinetic e a 2.200 con le versioni Momentum e Summum. Di serie il city safety, che arresta la vettura se in conducente non risponde in tempo in presenza di un ostacolo o di un veicolo fermo.
La S60, cui seguirà in autunno la versione wagon V60, è lunga 4,63 metri, larga 1,87 e alta 1,48. Ha uno stile personale quasi da coupé, accattivante, e tecnologie d’avanguardia. Una vettura sicura e godibile per il comportamento dinamico, sempre impeccabile. «Un’auto nata per emozionare», dice il responsabile del design, Peter Horbury. «La miglior Volvo della storia», ribadisce il presidente Odell.

Il test conferma le eccellenti premesse, sebbene per «far paura» davvero agli specialisti tedeschi gli interni debbano essere ulteriormente arricchiti, specie nella strumentazione e nel cambio manuale che non è agevole da manovrare. In compenso il telaio-dinamico con Advanced Stability Control regala straorinaria neutralità di risposta anche in curva, le reazioni sono pronte, i motori incredibilmente brillanti. Soprattutto il nuovo turbodiesel 5 cilindri 2 litri D3 da 163 Cv e 400 Nm (prezzi indicativi a partire da 31.000 euro). In alternativa il D5 2.4 da 205 Cv o i benzina 1.6 e 2.0 (anche DRIVe) con potenze tra 115 e 240 Cv. L’Italia per Volvo è un mercato fondamentale: per merito soprattutto dell’XC60 e delle versioni Polar, il primo quadrimestre 2010 registra una crescita del 30,4%. «E la raccolta ordini – spiega l’Ad Michele Crisci – è in netta controtendenza rispetto a un mercato in crisi».

PIERO BIANCO da lastampa.it


Alfa MiTo Magneti Marelli Elaborazioni 1919

Alfa-mito-magneti-marelli-07Arriva il Kit Magneti Marelli per la Alfa MiTo .

Lo propone Elaborzioni 1919 la divisione tuning ufficiale della Magneti Marelli,  e parte dalle realizzazioni della Carrozzeria Castagna Milano , che propone dei parafanghi maggiorati , il paraurti posteriore viene completamente cambiato con i diffusori integrati. Ma tutto il sistema paraurti parafanghi richiama il bicolore della Audi Allroad.

Poi naturalmente cerchi da 18 pollici colorati di nero , luci diurne a Led  e i fari cerchiati di nero.

Il pacchetto abbassa anche l’assetto di 30 mm, monta scarichi doppi “Parco Chiuso ” , freni Brembo ed una nuova centralina che aggiunge 31 cavalli .

La Serie è limitata infatti i pacchetti saranno solo 200.