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Fiat fusione crollo in Borsa per il diritto di recesso dalla fusione con Chrysler

Fiat Chrysler Automobiles logoFiat crolla il Borsa. Il recesso rischia di far saltare la fusione con Chrysler
A metà giornata i volumi superano le media dell’ultimo mese per un’intera seduta. Sul titolo pesano i dubbi per l’operazione americana e alcuni dati negativi internazionali

MILANO – Fiat affonda a Piazza Affari a metà seduta dove il titolo è arrivato a cedere oltre il 7% (segui in diretta) con scambi elevati pari a oltre 15 milioni di pezzi rispetto a una media giornaliera nell’ultimo mese di 14 milioni. Secondo alcuni analisti a far scattare le vendite sarebbe il diritto di recesso dalla fusione con Chrysler, fissato a 7,727 euro, mentre il titolo ora viaggia sotto quota 7 euro.

A quanto pare il numero dei soci contrari all’operazione che portebbe alla nascita di uno società olandese con sede fiscale a Londra e quotazione a New York, starebbe aumentando e d’altra parte, venerdì scorso in assemblea, avevano votato no all’operazione 100 milioni di titoli per un controvalore di oltre 700 milioni di euro. A questo punto è possibile che il recesso, esercitabile fino al 20 agosto, superi i 500 milioni stanziati dal Lingotto per pagare chi non vuole seguire l’operazione. E gli Agnelli hanno sempre detto di non voler aggiungere nemmeno un centesimo: in questo caso salterebbe la fusione con Chrysler. Nei 500 milioni devono restare anche le somme da pagare agli eventuali creditori che si oppongano alla fusione, i quali hanno 60 giorni di tempo per dissentire.

I due report:

Iss contrario – Glass, Lewis & co.  favorevole

A peggiorare la situazione in casa Fiat – secondo gli analisti – ci sarebbero anche le tensioni sul settore auto in generale legate all’inchiesta cinese su presunte pratiche commerciali scorrette praticate da alcune case nel paese asiatico: sono vicine alla conclusione le indagini su Chrysler e Aud che sarebbero ritenuti colpevoli di pratiche monopolistiche.

Nel primo pomeriggio è arrivata la nota del gruppo torinese. “Sono destituite di ogni fondamento” le indiscrezioni sul mercato secondo cui Fiat avrebbe ricevuto un significativo numero di dichiarazioni di esercizio del diritto di recesso derivante dall’operazione di fusione approvata dall’assemblea straordinaria del primo agosto scorso”, precisando che “il termine per l’esercizio del diritto di recesso decorre da oggi e Fiat non ha ricevuto alcuna dichiarazione di esercizio del diritto di recesso”.

da repubblica.it

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Marchionne pensa di far fuori Montezemolo ?

marchionne-montezemoloNON TUTTO FIAT LISCIO – ALL’ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI CHE HA DATO IL VIA ALLA FUSIONE CON CHRYSLER, L’8% DEI SOCI HA VOTATO CONTRO – E COSA SUCCEDE SE QUESTI ULTIMI ESERCITASSERO IL DIRITTO DI RECESSO E LA FIAT DOVESSE SBORSARE PIU’ DI 500 MILIONI? – MONTEZEMOLO FUORI DAL CDA0 – –

Fca, intanto, una volta avviata la fusione avrà un nuovo cda del quale non farà più parte, insieme a René Carron e Joyce Victoria Bigio, anche il presidente di Ferrari (nonché ex di Fiat) Luca di Montezemolo – Per lui anche la frecciata di Marchionne: “Nell’ultimo trimestre 2013, Maserati ha fatto meglio di Ferrari”… –

Pierluigi Bonora  per “il Giornale”

Ieri 1 agosto 2014 si sono chiusi 115 anni di storia di Fiat e, allo stesso tempo, si sono scritte le prime pagine della nuova Fiat Chrysler Automobiles. «Sarà un gruppo – ha subito puntualizzato il presidente John Elkann, rispondendo a voci che davano gli Agnelli ?stanchi? – che vedrà sempre l’impegno mio personale e della mia famiglia, a maggior ragione ora che si profilano all’orizzonte grandi opportunità».

L’assemblea degli azionisti ha approvato, con l’84% del capitale presente e il 44% delle azioni complessive, la storica fusione tra i gruppi di Torino e Auburn Hills. Contrari sono stati invece i rappresentanti di 100 milioni di azioni, con un controvalore di oltre 700 milioni di euro, pari al 15% del capitale azionario presente ieri al Lingotto e al 7,5% del capitale totale. Ad astenersi, invece, lo 0,5% del capitale presente.

Il fatto che l’operazione che proietta Fiat in una realtà globale non abbia avuto il 100% dei consensi lascia però un margine di dubbio sulla riuscita. L’ostacolo alla fusione è rappresentato dal diritto di recesso: se l’esborso di Fiat per i soci che volessero esercitarlo superasse i 500 milioni, la fusione con Chrysler sarebbe inefficace. «Il rischio c’è – ha ribadito l’ad Sergio Marchionne – ma è totalmente gestibile».

Ed Elkann: «Il fatto che l’8% degli azionisti abbia votato contro la fusione non implica che tutta questa percentuale si traduca in recesso». Nei prossimi mesi se ne saprà di più. Fca, intanto, una volta avviata la fusione avrà un nuovo cda del quale non farà più parte, insieme a René Carron e Joyce Victoria Bigio, anche il presidente di Ferrari (nonché ex di Fiat) Luca di Montezemolo.

Elkann e l’ad Marchionne avranno come consiglieri i riconfermati Andrea Agnelli, Tiberto Ruy Brandolini d’Adda, Glenn Earle (ex capo di Goldman Sachs) e Patience Wheatcroft, insieme ai membri del board di Chrysler, Ruth J. Simmons, Ronald L. Thompson e Stephen M. Wolf; due le new entry, appartenenti alle grandi famiglie del capitalismo: Valerie A. Mars (il cognome è legato ai famosi cioccolatini americani) e l’imprenditore della moda Ermenegildo Zegna, che Elkann ha voluto per le sue doti di alfiere del made in Italy.

E l’uscita di scena di Montezemolo, il cui nome è stato più volte accostato alla futura presidenza di Alitalia-Etihad? «Il cda ha una componente Fiat e una Chrysler – la spiegazione di Elkann – e rispetta i vincoli di indipendenza, genere, nazionalità e competenze. Quella scelta è una composizione ottimale».

Allo stato dell’arte, dunque, nessun retroscena (Montezemolo, comunque, ieri era «assente giustificato» insieme a Brandolini d’Adda), anche se è arcinoto che i rapporti tra l’ad di Fca e il capo della Ferrari, al di là dei sorrisi e degli abbracci in pubblico, sono sempre stati tesi. E ieri non è passata inosservata la frecciatina di Marchionne nel momento in cui ha sottolineato come, «nell’ultimo trimestre 2013, Maserati ha fatto meglio di Ferrari».

Marchionne, a questo punto, salvo imprevisti causati dagli azionisti che recedono («andremo comunque avanti, e nel caso ci riproveremo con i tempi che sceglieremo noi», ha chiarito), può guardare ora alla crescita della nuova creatura che si impone rapida: «Per Fca si aprono prospettive solide e concrete. Questa azienda può e deve puntare in alto».

E il piano di rilancio che l’ad ha annunciato in maggio è molto ambizioso: per l’Italia, con la produzione dei marchi Maserati (a Mirafiori il Suv Levate sarà pronto a fine 2015), Alfa Romeo e Jeep, è previsto un ritorno al 100% dell’utilizzo degli impianti ed esportazioni stimate al 40% di quanto uscirà dalle linee. Sia Elkann sia Marchionne hanno ribadito il rispetto degli impegni presi in Italia, anche se, ha rimarcato l’ad «produrre qui è meno attraente che altrove».
Su possibili interventi sul capitale Marchionne è stato chiaro: «Sono tranquillo, visto che in cassa abbiamo 22 miliardi. Aumentare il capitale in queste condizioni? Per il mio carattere non lo farei, ma è una cosa da studiare nei dettagli». Tra gli azionisdti, intanto, è spuntata con il 2% la People’s Bank of China. Nonostante l’ok alla fusione, anche ieri la Borsa ha risposto picche: per Fiat -1,86%.

da dagospia.com

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Vittorio Feltri : Saluti a Torino e ai sindacati. La Fiat se ne va

Renzi Marchionne Elkann e la Jeep Renegade 05Saluti a Torino e ai sindacati. La Fiat se ne va
La miopia della Fiom e la mentalità italiana che odia il capitalismo hanno costretto Marchionne a espatriare. Tanti attaccano l’ad, ma Roma dovrebbe fare mea culpa

Addio Torino bella, addio lavoratori (specialmente quelli della Fiom). La Fiat, sbrigata l’ultima pratica nella città dove è nata, cresciuta e ha rischiato la morte sotto lo sguardo indifferente e cinico del cosiddetto Avvocato (alias Gianni Agnelli, l’elegantone), trasferirà la propria sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra.

La produzione in gran parte è già stata spostata da parecchio tempo negli Stati Uniti (e in vari luoghi) in seguito alla fusione con la Chrysler, da cui il nuovo logo Fca (Fiat Chrysler automobiles), che ha consentito alla fabbrica automobilistica piemontese, anzitutto, di salvarsi dalle grinfie di un sindacato orbo, ma mordace, e di diventare un colosso internazionale.

Molti compatrioti hanno arricciato il naso davanti a simili operazioni, altri hanno protestato, altri ancora hanno accusato di ingratitudine la famiglia Agnelli e derivati. Ciascuno dice la sua, legittimamente, e la Fiat altrettanto legittimamente fa i propri interessi. Il regno delle quattroruote ammaina la bandiera tricolore ed espatria trasformandosi in un impero, di lamiera. Complimenti all’eroe dei due mondi che ha conquistato appunto un paio di continenti. Ci riferiamo a Sergio Marchionne, antipatico, bravissimo e di successo. Un Fenomeno col maglione (che, di solito, non è l’indumento dei fenomeni).

Quest’uomo è diabolico. Mentre i suoi colleghi dirigenti industriali sono partiti da una discreta ricchezza e hanno finito per globalizzare la miseria, lui è l’unico italiano che, pur guidando un’azienda ridotta a rottame dai suoi predecessori, è riuscito a globalizzare l’opulenza. Nonostante ciò, c’è ancora qualcuno che lo considera un pescecane. Una stupidaggine. Marchionne è stato il primo ad aver capito che nel Belpaese il capitalismo è giudicato male, una derivazione dello sterco del diavolo, da schifarsi; peggio: da eliminare.

I tribuni della plebe da mezzo secolo lanciano anatemi contro chi intraprende. Pensano ancora che ogni patrimonio e ogni ditta discendano da un furto impunito, e si impegnano per distruggerlo e fare sommaria giustizia. Ignorano o fingono d’ignorare che uccidere le imprese significa uccidere le buste paga, i posti di lavoro. D’altronde, a loro del lavoro non importa nulla, non hanno mai lavorato, limitandosi a sfruttare le maestranze in buona fede o affette da dabbenaggine.

La stupidità ha ingigantito un sistema che non solo impedisce la crescita (da tutti agognata e da nessuno favorita), ma rade al suolo, sistematicamente, quel poco rimasto in piedi nella nostra sinistrata economia. Marchionne, dieci minuti dopo essere stato issato al vertice della Fiat, si è reso conto che cambiare la mentalità italiota (un misto di comunismo residuale e di pauperismo dossettiano) era impossibile, e ha rinunciato alla rieducazione degli assenteisti cronici degli stabilimenti eretti nel Mezzogiorno con l’aiuto di uno Stato illuso di essere in grado d’esportare l’industria nelle zone depresse.

L’amministratore delegato, consapevole che in un duello con gli indolenti sindacalizzati sarebbe uscito sconfitto, ha preferito andarsene in America – insalutato ospite – con la fabbrica sulle spalle. Qui da noi ha lasciato qualche appendice di opificio per rispettare le forme, ma senza confidare negli organici rimasti allo scopo di ottenere un adeguato sviluppo. Gli hanno dato del matto. Invece i matti erano coloro che lo denigravano, trascurando il fatto che i capitali vanno dove conviene e non dove si «chiagne e fotte».

Conosciamo i rimproveri che si muovono alla Fiat, agli Agnelli in particolare: hanno socializzato le perdite e incassato i dividendi, hanno mangiato soldi pubblici in quantità e hanno ricambiato abbandonando la nave un attimo prima che affondasse, hanno succhiato miliardi dalla cassa integrazione guadagni e ora, invece di ringraziare, fanno il gesto dell’ombrello a chi li ha sostenuti. Chiacchiere. È vero che Torino ha chiesto, ma Roma ha dato. Non sbaglia mai chi bussa, semmai sbaglia chi apre. Chi ha aperto? Fuori i nomi e i cognomi dei politici che hanno concesso quattrini senza garanzie. Questi sono i colpevoli, e l’hanno fatta franca.

Si dà poi il caso che da quando in tolda c’è Marchionne, il colosso piemontese non si è avvalso di un euro pubblico. L’ad si è arrangiato in proprio. Non gli si può imputare di aver munto lo Stato. Egli ha il diritto di dire: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoce ‘o passato. Il dirigente in maglione ha svoltato, mutato stile: sta sul mercato, usa mezzi e metodi leciti, non deprecabili. Ed è forse questo il motivo per cui c’è chi non lo sopporta. Gianni Agnelli vendette una quota d’azienda a Gheddafi e nessuno osò rimproverarlo. Licenziò Vittorio Ghidella, che era un ingegnere coi fiocchi, e tutti tacquero. La fabbrica sfornava modelli scadenti? Bocche chiuse.

La Fiat era un disastro, adesso è un fiore. Ma quando tirava gli ultimi stava sugli altari; adesso che vola alto, la vorrebbero nella polvere. D’accordo, Maurizio Landini sarà anche una brava persona, ma pendere dalle sue labbra è assurdo. Il fatto che quella in corso sia l’ultima assemblea Fiat organizzata in Italia può dispiacere, però dispiace ancora di più che neanche un cane romano reciti il mea culpa.

Vittorio Feltri  da ilgiornale.it

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