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Fiat-Veba, c’è la firma ora la Chrysler è interamente della Fiat ( o il contrario )


Chrysler 300 luxury series 01Fiat-Veba, c’è la firma definitiva
Al Lingotto il 100% di Chrysler
Completata l’acquisizione. Per l’operazione pagati 3,6 miliardi di dollari

Fiat ha completato oggi l’annunciata acquisizione dell’intera partecipazione detenuta dal Veba
Trust in Chrysler, società che è ora interamente controllata dal Lingotto.

Per l’operazione sono stati complessivamente pagati 3,6 miliardi di dollari: 1,7 da Fiat e 1,9 da Chrysler, in entrambi i casi attraverso l’utilizzo della liquidità disponibile.

Come annunciato in precedenza, in contemporanea con le suddette operazioni, Chrysler Group e la International Union, United Automobile, Aerospace and Agricultural Implement Workers of America hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa ad integrazione del vigente contratto collettivo di Chrysler Group ai sensi del quale sono previste ulteriori contribuzioni da parte di Chrysler Group al Veba Trust per un importo complessivo pari a 700 milioni di dollari in quattro quote paritetiche pagabili su base annua. La prima quota è stata versata in concomitanza con il closing dell’operazione con Fiat. Fiat e Veba – si legge nella nota – ritireranno in via definitiva, nei tempi tecnici necessari, l’azione legale dinanzi al Court of Chancery del Delaware relativa all’interpretazione del contratto di call option.

da lastampa.it


Il FIat Ducato è il camper più amato in Germania o meglio più venduto


fiat ducato camper Fiat Ducato si conferma anche nel 2013 il camper più amato in Germania. Lo scorso anno ne sono stati immatricolati 16.840 esemplari, il 2,9% in più rispetto al 2012. La quota di mercato è leggermente scesa, anche se resta da primato: 67,9% (era il 68% un anno fa). Lontanissimi gli altri due modelli del podio: Ford Transit, Tourneo (8,1% di quota a 2.021 unità, +0,7%) e VW Sprinter, Caravelle (8%, 1.975, +14,8%). Purtroppo per FGA il segmento vale appena lo 0,8% del totale delle immatricolazioni.

Nel 2013, Fiat Ducato non è però stato l’unico modello straniero a primeggiare in uno dei segmenti del mercato tedesco: anche se con “solo” il 10,9% di penetrazione, Nissan Qashqai l’ha spuntata tra i Suv. Il modello di gran lunga più venduto è stato Volksagen Golf con 244.249 esemplari targati, il 2,9% in più. La quota è del 32,4%.


Se Chrysler ride, gli operai italiani però piangono


Chrysler 300c obama 06Se Chrysler ride, gli operai italiani piangono.

Passata l’euforia del primo momento per il successo di Marchionne, la vicenda Fiat-Chrysler lascia spazio alla riflessione. Sui principali giornali si leggono ancora cronache entusiastiche, ma i giudizi più interessanti provengono da ex manager Fiat come Paolo Fresco, intervistato da Repubblica e Cesare Romiti, sentito da Dagospia. L’ex presidente della Fiat non lesina i complimenti a Sergio Marchionne. La sua intervista al quotidiano di Ezio Mauro, però, permette di ricordare un capitolo dell’avventura americana del Lingotto, quella dell’accordo con la General Motors. “Per la Fiat – ricorda Paolo Fresco – fu molto proficuo. Incassammo in tutto quasi 5 miliardi di dollari”. Una parte, 2,4 miliardi, fu il prezzo pagato da General Motors per il 20% della Fiat ma in seguito, la Fiat utilizzò la clausola put per sciogliere l’intesa costringe GM a un accordo che costò a quest’ultima 2 miliardi. Quell’accordo fu negoziato da Fresco ma concluso, nel 2004, da Marchionne. Con quei soldi si spiega il primo periodo della gestione del manager italo-canadese, generalmente molto apprezzata.

DI ALTRO TENORE LE PAROLE di Cesare Romiti, amministratore delegato nel 1980, l’uomo della “marcia dei 40 mila” e uno dei dirigenti di maggior esperienza in Fiat dopo l’era di Valletta. Anche Romiti fa i complimenti a Marchionne ma sembra più freddo. “Sarà meglio che presenti il piano industriale prima di aprile”, dice a Dagospia mostrando comprensione per “le preoccupazioni sugli stabilimenti in Italia”. Una stoccata, poi, anche per Enrico Letta: “Quando noi trattammo con Lee Iacocca (il presidente Chrysler negli anni 90) fummo convocati dal governo”. Ieri il titolo Fiat ha avuto una fase di assestamento lasciando circa il 2% in una borsa molto positiva. Ma per Agnelli e soci sono giunti i positivi dati delle vendite Chrysler negli Usa, aumentate in dicembre del 6% a 161 mila unità. “Si tratta del miglior dicembre dal 2007” specifica l’azienda e “il quarantacinquesimo mese consecutivo di crescita”.

A spiccare, il nuovo Jeep Cherokee e il Ram pickup, eletto “Truck of the Year” dalla rivista Motor Trend. Positive anche le vendite del marchio Fiat che hanno registrato un incremento dell’1% rispetto a dicembre 2012.

Se negli Usa si ride, però, in Italia si piange ancora. Sul fronte delle autovetture, infatti, la Fiat si è fermata sotto le 400 mila unità, arrivando a 600 mila solo grazie ai veicoli commerciali. Il “piano quinquennale” 2014-2018 sarà presentato ad aprile e lì si capiranno le prossime scelte. Intanto, su un totale di 30.700 occupati in Fiat auto (compresi i 3000 dipendenti della Ferrari e i 700 della Maserati), circa un terzo, 11 mila, sono in cassa integrazione più o meno parziale. Tra questi, anche i 1800 operai di Termini Imerese, lo stabilimento siciliano chiuso nel 2011 e sul quale non si sa nulla.

LE COSE NON VANNO MEGLIO per quanto riguarda gli investimenti. Quando lanciò “Fabbrica Italia”, Marchionne promise 20 miliardi di nuovi investimenti. Ad oggi è ferma a 4,5 miliardi.

Entrando nel dettaglio, lo stabilimento di Mirafiori, esclusa la direzione e il reparto Motori, impiega 5.300 dipendenti per i quali l’azienda ha chiesto un altro anno di cassa integrazione. Le linee sono in corso di ristrutturazione per permettere la produzione di nuovi modelli al momento sconosciuti per i quali è stato impegnato un miliardo. Stessa cifra è stata messa a disposizione della della ex Bertone di Grugliasco, dove è iniziata la produzione di due modelli Maserati, la Quattroporte e la Ghibli e in cui lavorano a pieno regime circa 1200 i dipendenti. Grugliasco e Mirafiori dovranno rappresentare l’emblema del “polo del lusso” che rappresenta la strategia per il futuro.

Lavorano a pieno ritmo anche i 6200 dipendenti dello stabilimento Sevel di Atessa dove, in joint-venture con Peugeot-Citroën, si fabbrica il Ducato, furgone di successo europeo e sul quale Marchionne ha puntato altri 700 milioni. I 3800 operai di Cassino, invece, sono in cassa integrazione per quindici giorni al mese e non sanno cosa li attenderà domani. Dei 4800 operai di Pomigliano, stabilimento ristrutturato con 800 milioni di investimento, circa 1800-2000, secondo la Fiom, sono in cassa integrazione. E a casa per il prossimo anno starà anche la metà dei 5500 operai di Melfi in attesa che le linee di montaggio vengano ristrutturate per produrre due nuovi Suv: uno Jeep e l’altro 500. Anche qui, investimento da un miliardo.

Da Il Fatto Quotidiano del 04/01/2014. via triskel182.wordpress.com


Le scommesse dietro all’accordo che ha portato la Fiat ad acquisire Chrysler


fiat_chryslerDetroit parla all’Italia

Ce ne sono tante di scommesse dietro l’accordo che ha portato la Fiat ad acquisire il pieno controllo della Chrysler. Ha fatto bene Sergio Marchionne a parlare di intesa che entra nei libri di storia, come pure John Elkann a ricordare l’emozione che accomuna i 300 mila dipendenti del gruppo. I numeri sono importanti in un accordo che torna a proiettare la nostra industria nazionale in una dimensione globale che sembravamo, tranne rarissime eccezioni, avere smarrita. Ma le cifre spiegano solo parzialmente gli impegni, il nuovo percorso, impensabile sino a qualche settimana fa, che si sta aprendo per la Fiat, per il nostro Paese e per i numerosi attori: a cominciare dal governo.

La Borsa ha già giudicato positivamente l’accordo, le azioni del Lingotto hanno segnato un rialzo del 16,4%. La Fiat sale al 100% della casa automobilistica di Detroit, creando il settimo gruppo del settore al mondo secondo la classifica di Global Insight, con una spesa di poco più di 1,2 miliardi di euro. E questo significa che la società di Torino non avrà bisogno di un aumento di capitale, cosa che tranquillizza i mercati. Gli analisti finanziari si sono già esercitati a considerare l’indebitamento che salirà, nel gruppo combinato, a oltre 14 miliardi di euro. Debiti che si confrontano con gli 88 miliardi di ricavi previsti a fine 2013 e con un utile di 1,2 miliardi sempre di euro.

La modalità di pagamento dell’intesa prevede il versamento al fondo sanitario del sindacato dell’auto, Veba, di altri 700 milioni di dollari (dei circa 4,3 miliardi complessivi che riceverà per il 41,5% che possedeva nella Chrysler) in tre tranche diluite nel tempo. E questo dà un’indicazione precisa sul fatto che al di là dell’Atlantico si stia puntando decisamente sul futuro del gruppo. Il sindacato automobilistico Uaw si è impegnato inoltre a «sostenere le attività industriali di Chrysler e l’ulteriore sviluppo dell’alleanza con Fiat». Si comprende così come dagli Stati Uniti giunga ancora una volta una lezione di pragmatismo che spesso in Italia si ha la sensazione di non aver ben capito. Si può trattare anche duramente ma con un obiettivo comune: crescere e svilupparsi . Un atteggiamento che non tutti i sindacati italiani hanno avuto, a partire dalla Fiom che ne paga ora le conseguenze anche in termini di presa sui lavoratori del Lingotto. Ad aprile i vertici della Fiat presenteranno il nuovo piano industriale. Gli investimenti in Italia sono stati confermati ancora una volta. Ma dovranno essere tradotti in azioni. Si potrà verificare concretamente quanto il gruppo è pronto a puntare sull’Italia e su quello sarà misurato.

I prossimi mesi saranno importanti per comprendere anche quanto il nostro Paese e il governo siano decisi a fare sì che l’accordo del primo gennaio abbia le maggiori ricadute positive possibili per l’Italia. A pochi è sfuggito quanto abbia influito sulla ripresa spagnola il fatto che l’industria dell’auto iberica sia tornata a essere competitiva in termini di costi e contratti e abbia drenato investimenti delle case tedesche. Si potrà anche discutere, e sicuramente accadrà, su dove avrà sede il prossimo nascente gruppo Fiat-Chrysler. Ma è evidente che assisteremo probabilmente a una distribuzione di più centri decisionali, alla luce di un mercato che è sempre più globale e che fa della diversificazione geografica uno dei punti di forza. È grazie alla sua presenza in Cina che la stessa sofferente Peugeot può ancora giocare la sua partita, sebbene affidandosi a un socio orientale. La scelta di puntare sulla Chrysler e sul mercato americano, oltre alla presenza consolidata in Brasile, rende oggi la Fiat un temibile competitor globale.

L’occasione per il nostro Paese è confermare di potere essere un centro di stile, tecnologico e produttivo, importante e, visti i volumi di consumo interni sempre più ridotti, orientato anche all’export. Avere una forte industria manifatturiera significa anche sviluppare una altrettanto solida struttura di servizi. Una complementarietà che finalmente potrà contribuire alla crescita.

Ma non bastano buoni accordi, imprese e sindacati, serve un Paese che comprenda la strategicità della combinazione. Tre numeri indicano che di strada da fare ne abbiamo parecchia: paghiamo l’energia il 30% in più rispetto al resto d’Europa, la burocrazia costa alle imprese 31 miliardi di oneri aggiuntivi e siamo al quarto posto tra i Paesi sviluppati in quanto a pressione fiscale ormai a quota 44,4% rispetto al Pil (Prodotto interno lordo). Non possiamo più permettercelo .

DANIELE MANCA da corriere.it


Chi ha comprato Chi ? Tra Fiat e Chrysler Furio Colombo


Fiat-ChryslerCHI HA COMPRATO CHI

Un colpo da maestro che lascia stupite le Borse e ammirati i manager. Gli azionisti della Fiat di Torino (Italia) hanno l’intero pacchetto azionario della Chrysler di Detroit (Stati Uniti d’America), dopo avere acquistato dal Fondo pensioni dei sindacati americani ciò che mancava e averlo pagato, per due terzi, con i soldi della Chrysler e per il resto con liquido Fiat, senza avventure bancarie e senza aumenti di capitale. Da questo momento, la terza industria automobilistica americana è italiana. O è avvenuto il contrario? O è accaduto che la Fiat sia diventata la parte minore ed estera di una grande azienda americana? Naturalmente il discorso non riguarda la proprietà, saldamente controllata dagli azionisti italiani (in passato un simbolo importante come una bandiera). E non riguarda neppure il trasloco. Mirafiori resta a Mirafiori e il Lingotto resta al Lingotto, con qualche dubbio (ma tipico del brutto momento) per le sedi minori. Certo, un flash di telefonino potrebbe dirci, in qualunque momento, che il quartier generale, per ragioni di agilità logistica, non è più a Torino. Il fatto è che, mentre l’immensa operazione (Torino o Detroit) restava in bilico, si potevano lasciare in sospeso gli investimenti, gli insediamenti, i milioni di ore di cassa integrazione, la non produzione e le non vendite italiane, mentre Detroit filava (e fila) a gonfie vele. Ma vi sarete accorti che, nel corso di una crisi tutta economica e tutta industriale, di Fiat, del suo peso, del suo futuro italiano, non si è mai discusso. Globalizzazione? Delocalizzazione? Mi sembra che tutto l’evento, benché avvenga adesso, sia legato a qualcosa che non era mai avvenuto in Italia e neppure in Europa.

Una grande azienda americana, salvata da un bravo manager libero da nostalgie e legami, ma anche da qualunque senso di appartenenza, ha comprato la Fiat che diventa, da adesso, la rappresentanza italiana del compratore. S’intende, fino a che i costi (le cose sono messe in modo che in Italia non si guadagna) lo consentiranno. Poi accadrà ciò che è accaduto per la Costituzione. L’economia formale mostra che la Fiat è la nuova padrona. Ma l’economia materiale farà capire presto che Fiat (la Fiat di Torino, di Agnelli e, come piaceva dire in questo Paese, la grande industria degli italiani) adesso è una filiale di una grande azienda americana, soggetta agli alti e bassi di un altro mercato in cui non contiamo. In altre parole: ottimo affare per alcuni azionisti, e per alcuni manager. L’Italia invece (qualcuno lo dica a Letta e a Napolitano) non ha più la Fiat.

Da Il Fatto Quotidiano del 03/01/2014. Furio Colombo via triskel182.wordpress.com


Fiat Chrysler, accordo con Veba. Il Lingotto pagherà 1,75 miliardi di dollari


Fiat-ChryslerFiat Chrysler, accordo con Veba. Il Lingotto pagherà cash 1,75 miliardi di dollari. L’operazione vale 3,65 mld

Accordo fatto e contenzioso chiuso tra Fiat e il Veba Trust per l’acquisizione del 41,5% detenuto dallo stesso Veba in Chrysler. Lo ha annunciato la società torinese in un comunicato in cui si precisa che Fiat pagherà cash 1.750 milioni di dollari utilizzando la liquidità disponibile. A questa cifra si aggiungono altri 1.900 milioni di dollari che Veba incasserà attraverso una erogazione straordinaria che Chrysler Group erogherà a tutti i soci.

La parte del dividendo straordinario spettante all’azionista Fiat (attraverso la Fiat North America, Fna, interamente controllata dal Lingotto) sarà versata al Veba Trust e costituirà parte del prezzo di acquisto della partecipazione. In totale, dunque, il valore del 41,5% di Chrysler è fissato in 3,65 miliardi di dollari. Con questa operazione Fiat diventa azionista unico di Chrysler.

L’operazione sarà finanziata sia da Fiat che da Chrysler con la liquidità disponibile e non richiederà aumenti di capitale.

da ilsole24ore.it


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