Come sarà il mercato delle auto dopo la crisi ? Paolo Griseri


“Auto: dopo la crisi sarà un altro mercato”

Dice che l’auto è una passione, non solo un’industria. Ma sa che i tempi sono difficili, che sono sempre meno coloro che possono permettersi il lusso di quel divertimento. E’ una delle poche figure dell’ambiente che non ha avuto bisogno della Fiat per emergere. Come Sergio Marchionne, è un amministratore delegato nel settore dell’automobile che ha in tasca una laurea in filosofia: «Quella laurea ho voluto prenderla un po’ contro il parere dei miei amici del tempo. Tutti pensavano che quando avessi smesso di giocare a pallavolo a livello agonistico, avrei fatto l’Isef». Giada Michetti ha scelto una strada diversa. Si è laureata con una tesi su «Gramsci e la pedagogia», ha girato il mondo come hostess Alitalia sui voli intercontinentali e poi è tornata alla passione giovanile per i motori. Da oltre vent’anni organizza eventi legati dalle quattro ruote: nel 1990 Alfredo Cazzola le ha affidato l’organizzazione del primo gran premio italiano per auto elettriche. Oggi è amministratore delegato di Gl Events Italia e organizza il Motorshow di Bologna. Si siede al ristorante dell’hotel Meridien di Torino e indica la palazzina che sorge di fronte, quella dove ha sede il vertice del Lingotto: «Anche noi abbiamo bisogno che Fiat mantenga il suo baricentro in Italia. Senza un grande costruttore nazionale che faccia comunque da punto di riferimento, anche le manifestazioni legate all’auto ne risentirebbero».
A differenza di quel che si crede, l’automobile non è solo fabbriche e concessionari. Il Centro Studi Promotor di Bologna acquistato dai francesi di Gl insieme a tutte le attività di Cazzola a fine 2007 calcola che il 13 per cento del pil italiano sia legato indirettamente alle quattro ruote. La parte del leone la fanno naturalmente i carburanti, al punto che la spesa per l’acquisto continua a salire nonostante la diminuzione dei consumi. E una parte significativa continuano a giocarla i costi delle assicurazioni, scandalosamente le più care del mondo. Nel bene e nel male l’auto è comunque uno dei capitoli principali dell’economia italiana e il principale motore che spinge la ricerca e l’innovazione industriale. Trasformare tutto questo in spettacolo, come promette il nome stesso del Motorshow, non è semplice. «La scommessa originaria racconta Michetti è stata quella di proporre una manifestazione interattiva, in cui il pubblico ‘gioca’ con le novità, scopre il piacere di avvicinarsi alle auto e ai protagonisti di quel mondo». Nessuno dei saloni dell’auto paludati che si incontrano in giro per il mondo consente oggi quel grado di interazione, la possibilità di provare un modello sul circuito, oltre, ovviamente, all’incontro con i piloti di Formula Uno. Un po’ vetrina e un po’ Disneyland, la manifestazione bolognese è diventata, nel corso degli anni, uno dei principali veicoli di promozione delle quattro ruote. E fino ad ora la formula ha funzionato se tutti i principali produttori italiani e stranieri hanno deciso di partecipare all’evento anche in presenza di una forte crisi del mercato. «Mi è capitato di guidare il Motorshow da quando i mercati hanno cominciato a scendere, e non è stato facile», dice l’amministratore delegato.
Promuovere l’auto, del resto, è una delle strade per invertire la tendenza negativa delle vendite. Tendenza che in Italia è particolarmente forte: nel 2007, anno boom per i concessionari, il record fu di 2 milioni e 450 mila auto vendute. Lo scorso anno si è scesi a un milione e 748 mila e quest’anno, secondo gli analisti, ci si avvicinerà al milione e mezzo. Perdere un milione di auto vendute in cinque anni è un autentico salasso. Le case hanno provato a correre ai ripari abbassando i prezzi: il Centro Promotor calcola che tra il 2010 e il 2011 i prezzi reali al concessionario siano scesi del 7,75 per cento. Non bisogna guardare solo all’aspetto della convenienza per l’acquirente. Dietro quella cifra c’è un’inevitabile compressione dei costi di produzione e la conseguente riduzione della sovracapcità produttiva installata. In concreto questo significa chiudere degli stabilimenti in Europa.
E’ ovviamente assurdo pensare di invertire queste tendenze con una manifestazione rivolta al grande pubblico. «Quel che invece è possibile osserva Michetti è offrire ai costruttori un grande show in cui poter prendere il polso al pubblico, scrutarne i gusti e le passioni». Il Motorshow di Bologna è stato uno dei primi a dedicare ampio spazio alle auto ecologiche, ai sistemi di propulsione alternativi che oggi molte case hanno ormai in listino.
Risultati positivi, manifestazione di successo. Rimpianti? Michetti non ci pensa molto su: «Avrei voluto organizzare a Torino il Salone del centenario, ma non è stato possibile». Lei non racconta di più ma la storia è nota e dimostra quanto piccola possa essere l’Italia. L’idea era quella di far tornare al Centro Fiere del Lingotto il Salone dell’auto. La manifestazione si era svolta a Torino per tutto il Novecento ma l’edizione del 2002 era saltata a causa della crisi del mercato. Realizzare un’edizione nel 2011, per l’anniversario dell’Unità d’Italia era parsa a molti una buona idea. Che si è arenata sullo scoglio degli sponsor. La Regione Piemonte, a suo dire dopo aver sollecitato invano una risposta dalla Fiat, firmò un contratto con Volkswagen per la sponsorizzazione dell’evento. La mossa provò la reazione del Lingotto e la controreazione della casa tedesca. Così, non se ne fece nulla. «Quel che spiace ricorda oggi Michetti è che quell’edizione avrebbe potuto essere l’inizio di una nuova serie». Invece è diventata la parabola della crisi che ha colpito Torino, non solo le sue case automobilistiche. Anche per questi motivi oggi il cuore italiano della promozione dell’automobile è a Bologna, quattrocento chilometri a sud est del Lingotto.

PAOLO GRISERI da repubblica.it


0 Comments

Leave A Reply





Back To Top