Ezio Mauro repubblica intervista Marchionne

“La mia sfida per la nuova Fiat
salari tedeschi e azioni agli operai”
Marchionne: ma l’intesa Mirafiori non si tocca e verrà estesa. “Nessun diritto intaccato, ma non si può beneficiare di un contratto se non si è contraenti”

TORINO – DOTTOR Marchionne, lei ha vinto il referendum, ma mezza fabbrica le ha votato contro. Eppure era in ballo il lavoro, il posto, il destino di Mirafiori. Si aspettava questo risultato?”Io so che il progetto della Fiat è passato, perché ha convinto la maggioranza. Questo è ciò che conta. Per il resto, chi è stato qui con me fino alle tre e mezza di notte, venerdì, sa che non ho mai dato il risultato per scontato. Anzi, le confido una cosa. Quando me ne sono andato a casa per provare a dormire (poi sono stato sveglio fino alle sei e mezza del mattino) ho lasciato sul tavolo due comunicati. Uno se prevaleva il sì. L’altro se vinceva il no”.

E davvero in caso di sconfitta la Fiat sarebbe andata via da Mirafiori?
“Non c’è alcun dubbio. E non certo per una ridicola rivincita. Semplicemente, non avremmo avuto altra scelta”.

Ma si possono mettere i lucchetti ad una fabbrica per una sconfitta sindacale, e non per una legge di mercato?
“Ma lei sa quanta legge di mercato ci sarebbe stata dietro quella scelta? Di cosa stiamo parlando? Non è un problema di lucchetti e tantomeno di muscoli. Cosa dovevo fare? Avrei detto venga qui chi vuole, chi è più bravo di me, usi questi spazi per far meglio. Ma io certo non mi sarei seduto a rinegoziare con il sindacato”.

E perché no, se magari si intravedeva la strada di un accordo?
“Perché questo contratto c’è già a Pomigliano, e io non posso avere due sistemi diversi per la stessa azienda e lo stesso lavoro”.

E adesso che invece ha vinto, non le viene in mente di sedersi a un tavolo e allargare il consenso, recuperando quella metà di fabbrica che non ci sta, come le chiedono in molti?
“Più che altro, io non capisco. Non sono un ingenuo, ma sinceramente non capisco. E’ la logica del retrade, del negoziato continuo per il negoziato, non per arrivare a un risultato. Sono allibito. Mi dispiace, ma sabato mattina alle sei le urne hanno detto che il sì ha avuto la maggioranza. Il discorso è chiuso, anche se dentro quella maggioranza molti cercano il pelo nell’uovo”.

E’ più di un pelo, e lei lo sa bene. Senza gli impiegati il sì sarebbe passato con uno scarto di appena 9 voti. Cosa vuol dire questo?
“Niente. Possiamo esercitarci all’infinito, togliere i lavoratori alti, quelli bassi, quelli coi baffi. Conta il saldo, cioè il risultato, nient’altro”.

Ci sono due questioni dentro quel saldo. Tra i 440 impiegati, 300 sono capi, 40 sono della direzione del personale. Tra gli operai, al Montaggio e alla Lastratura, le lavorazioni in linea dove si scaricano gli effetti delle nuove condizioni di lavoro previste dall’accordo, ha vinto il no. Cosa ne pensa?
“Il referendum non l’ho chiamato io (anche se avrei partecipato volentieri, spiegando ai lavoratori le ragioni dell’accordo) né sono io che ho fatto le regole. Per me Mirafiori ha deciso, e io sto al risultato, che è un risultato molto importante”.

Lei ha detto che è una svolta e una prova di fiducia. Che fiducia, con un lavoratore su due che dice no?
“Senta, se vuole che le dica la mia valutazione non sul risultato, ma sulla campagna che lo ha preceduto, è presto fatto: la Fiom ha costruito un capolavoro mediatico, mistificando la realtà, ma ci è riuscita. Noi, che siamo presenti in tutto il mondo, con una forza di 245 mila persone, ebbene dal punto di vista culturale siamo stati una ciofeca, la più grande ciofeca, e la colpa è soltanto mia”.

Perché?
“Perché ho sottovalutato l’impatto mediatico di questa partita, ho sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di rappresentanza di un interesse specifico, come invece accade negli Usa. Vede, io sono convinto che le nostre ragioni sono ottime. Ma non sono riuscito a farle diventare ragioni di tutti. Mi sembrava chiaro: io lavoratore posso fare di più se mi impegno di più, guadagnando di più. E invece ha preso spazio la tesi opposta, l’entitlement, e cioè il diritto semplicemente ad avere, senza condividere il rischio. Ma questo va bene per uno statale, non per un’azienda privata che deve lottare sul mercato”.

Non crede che invece a spiegare il 46 per cento di no ci sia la convinzione che l’accordo chiede di scambiare il lavoro coi diritti?
“Lei deve pensare che non siamo fessi, e nemmeno arroganti. Il contratto firmato contiene tutte le protezioni costituzionali. Le dico di più: io, Sergio Marchionne, non voglio togliere nulla di ciò che fa parte dei diritti dei lavoratori. Ma guardi che qui si parla d’altro: la Fiom è scesa in guerra non per i diritti, ma per il suo ruolo di minoranza bloccante, perché qui salta l’accordo interconfederale secondo cui chi non ha firmato beneficia delle protezioni del contratto senza mai impegnarsi a rispettarlo”.

Si può dire in modo opposto: i lavoratori hanno il diritto di scegliersi i rappresentanti che vogliono, e non solo quelli che hanno firmato l’accordo con l’azienda, per di più nominati dai vertici sindacali e non dalla base. Cosa risponde?
“Lo dica pure così, e io le dico che in qualsiasi sistema legale non puoi beneficiare di un contratto se non sei contraente, se non ti metti in gioco e non ti assumi le tue responsabilità di fronte a quelle della controparte. Insomma, non puoi andare a ufo”.

Ma lei cercava la rottura o ha davvero provato a trovare un accordo?
“Perché avrei dovuto volere la rottura? Quel che volevo rompere era questo sistema ingessato, dove tutti sanno che noi imprese italiane siamo fuori dalla competitività, non possiamo farcela, eppure tutti fanno finta di niente. Ho tirato avanti per quasi sette anni, poi una notte ad aprile mi sono detto basta. Io metto sul piatto 20 miliardi, accetto la sfida, ma voglio che quei soldi servano, dunque voglio garantire la Fiat e chi ci lavora. Cambiamo le regole per garantire l’investimento attraverso il lavoro. E’ l’unica strada. Non solo: a dire il vero è l’ultima strada”.

Poi?
“Poi ho cominciato a parlarne, non con la politica ma con i miei e con il sindacato. Ma ho capito che eravamo sopra una torre di Babele. Io parlavo una lingua, loro un’altra. Tutti facevamo riferimento alla realtà: ma io alla realtà di oggi, così com’è nel mondo globale, la Fiom alla realtà del passato, quella che si è trascinata fin qui impantanandoci fino al collo, come Italia”.

Lo sa che lei si è mangiato un patrimonio trasversale di consenso, accumulato negli anni in cui ha salvato la Fiat?
“Non sapevo di averlo, non ne ho visto i benefici, e in questa trattativa non mi sono accorto di avere alcun credito, in Italia. Questo mi spiace, non per me, ma perché evidentemente non sono riuscito a far capire certe cose alla mia gente”.

Sta dicendo che ha sbagliato?
“Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti, e poi quando tornavo a Torino il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere quel che volevo io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Cose obbrobriose, stia a sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e a farli vivere in uno stabilimento così degradato? In più, la Fiat era tecnicamente fallita, se il fallimento significa non avere i soldi in casa per pagare i debiti. Perdevamo 2 milioni al giorno, non so se mi spiego. E invece sette anni dopo abbiamo ribaltato lo schema, l’animale è vivo, il patto che associa Fiat e lavoratori è vitale e va al di là del contratto in questione. C’era prima di me e oggi sappiamo che ci sarà dopo di me. Anzi tutta questa personalizzazione è fuorviante. Perché se Marchionne fosse il problema, basterebbe poco. Ma tolto Marchionne, il problema resta”.

Resta anche l’idea, in molti, che Marchionne non creda molto in Torino: è così?
“Guardi, io non ho mai fatto un investimento di così pessima qualità per l’azienda come quelli di Mirafiori e di Pomigliano. Vuol dire crederci, questo, o che altro?”

Vuol dirmi che l’accordo contestato dalla Fiom non soddisfa nemmeno chi lo ha scritto e firmato?
“Voglio dirle che in qualsiasi parte del mondo mi avessero sottoposto un accordo con queste condizioni io mi sarei alzato e me ne sarei andato. Tra Natale e Capodanno ho inaugurato con il presidente Lula uno stabilimento a Pernabuco nel Nordeste brasiliano: bene, l’accordo è un’ira di Dio per copertura finanziaria, concessione dei terreni, condizioni fiscali, come capita anche in Serbia”.

E’ come se lei dicesse che da noi manca lo Stato, a creare queste condizioni per l’investimento, no?
“Ma lo Stato ci ha incoraggiati. E che dire del sindacato? Una parte del sindacato è mancata molto di più, perché non ha capito la scommessa, non si è messa in gioco incalzando l’azienda sullo sviluppo, come Solidarnosc che in Polonia, quando ho spostato la Panda a Pomigliano, è venuto a chiedermi il terzo turno”.

Il dubbio sull’impegno in Italia riguarda anche la famiglia Agnelli, lo sa?
“Io non ho mai conosciuto l’Avvocato ma mi sono letto per bene la storia della Fiat. E le dico che se c’è un momento in cui la famiglia fa le cose giuste è proprio questo. Hanno varato l’aumento di capitale nel 2003 quando l’azienda era morta, l’hanno salvata con soldi propri, non dello Stato. E oggi stanno cercando di darle un futuro senza mettere i piedi nella gestione politica del Paese, ma restandone ben fuori”.

Lei con l’operazione Chrysler li ha liberati dal vincolo centenario con l’automobile italiana, ma anche dal vincolo di responsabilità con il Paese: è così?
“No. Garantiscono la continuità di un capitale intelligente, mettendolo a rischio e affidano la responsabilità di gestione a Pinco Pallino, seguendolo e appoggiandolo. Mi lasci dire che non è un comportamento molto italiano. Tenga conto che hanno trent’anni, un arco temporale molto lungo davanti, sono cresciuti e hanno studiato fuori, come John”.

Anche lei è molto poco italiano: nella biografia o nelle scelte?
“Questa è la cosa che mi fa incazzare di più. “Manager canadese”, è l’ultima di tutta una serie che arriva a dipingermi addirittura come anti-italiano, pur di minare la mia identità di manager. Io ho il passaporto italiano, esattamente come lei. Rispetto lo Stato, il Paese e soprattutto i lavoratori, perché credo sia giusto”.

Ma per lei non si possono negoziare insieme produttività e tutela dei diritti acquisiti?
“Sì, i diritti personali e sociali, ma non le inefficienze”.

Quindi lei ha firmato l’accordo per Mirafiori – che altrove non avrebbe firmato – solo perché è italiano?
“Diciamo per la sfida-Italia. E badi che non voglio affatto far politica, sia chiaro, anzi credo che in questa vicenda ci sia stato un sovraccarico ideologico. Ma ecco il ragionamento che ho fatto. Fiat ha un privilegio rispetto ad altre aziende: ha un’alternativa, può produrre qui o in altri Paesi, dove vuole. Ma io sono convinto che se riusciamo a condividere l’obiettivo, possiamo cambiare l’azienda e renderla davvero competitiva. Ci sono strade più corte e più facili fuori dall’Italia. Ma io e John abbiamo deciso di prenderci la sfida, e non accettare il declino. Si può fare, dunque si deve fare”.

Se l’accordo è condiviso, lei dice: e quel 50 per cento di no?
“Questo è il mio compito, e comincia adesso. Devo recuperarli, comunque abbiano votato, e portarli dentro il progetto. Ci sono due voti che mi preoccupano: quello di chi ha votato no su informazioni sbagliate e quello di chi ha votato sì per paura. Voglio convincerli, spiegare chi sono. E’ impossibile che negli Usa dicano che gli ho salvato la pelle e qui la pelle vogliano farmela”.

Non crede che ci sia chi ha votato no semplicemente perché vede una compressione dei diritti legati al lavoro?
“Non abbiamo compresso alcun diritto”.

Le pause, la rappresentanza, lo sciopero, la malattia: qui le condizioni cambiano.
“Un conto è parlarne da fuori, politicamente, un conto è parlarne in fabbrica. La rappresentanza, oggi un lavoratore su due a Mirafiori sceglie di non averla non iscrivendosi a nessun sindacato. Cambiano le pause, ma abbiamo fatto un gran lavoro per rendere meno pesante il lavoro in linea, e lo faremo ancora. Il no allo sciopero riguarda solo gli straordinari, è un obbligo contrattuale. Sulla malattia interveniamo solo sui picchi di assenteismo”.

A Melfi, la metà dei lavoratori ha “ridotte capacità lavorative” per i lavori in linea: non crede che queste nuove condizioni che lei minimizza pesino?
“Non credo, ma voglio anche dirle che noi facciamo automobili e l’auto nel mondo si fa così. Chi viene in fabbrica lo sa”.

Ma ha il diritto di sapere anche se l’investimento che lei promette ha un futuro: cosa risponde, con un’assenza di nuovi modelli e la quota di mercato Fiat che in Europa si riduce del 17 per cento?
“Staccata la spina degli incentivi, il mercato va giù. Lo sapevamo. Aspettiamo che si svuoti il tubo, nella seconda metà del 2011, e vediamo. Per quel momento avremo la nuova Y e la nuova Panda. Sta arrivando tutta la gamma Lancia, rifatta con gli americani, la Giulietta è appena uscita, la Jeep verrà prodotta qui in 280 mila esemplari all’anno, per tutto il mondo. E grazie a Chrysler, l’Alfa arriverà in America, con una rete di 2 mila concessionari, e farà il botto”.

Dunque non la vende?
“Fossi matto. E’ roba nostra”.

E i veicoli industriali?
“Manco di notte. E l’arroganza tedesca, gliela raccomando. Quando volevo comprare Opel, non me l’hanno data perché ero italiano…”

Al lavoratore italiano cosa porta Chrysler?
“La possibilità di fare sistema. Per ottenere i nuovi volumi produttivi, avrei dovuto creare nuovi stabilimenti in America. Invece utilizzo tutte le fabbriche del sistema, porto qui le lavorazioni e metto il know how Fiat a disposizione di Chrysler. Gli impianti girano, i costi si ammortizzano, la gente lavora”.

Ma il costo del lavoro che voi riducete con l’accordo pesa solo il 7 per cento sul costo complessivo di un’auto: lei come garantisce che sta lavorando per migliorare anche quel 93 per cento restante?
“Quel 93 per cento che lei cita ha proprio a che fare con il costo di utilizzo di ogni impianto. Fatemelo migliorare e alzerò i salari. Possiamo arrivare al livello della Germania e della Francia. Io sono pronto”.

Anche alla partecipazione dei lavoratori agli utili?
“Sì, e le dico che ci arriveremo. Voglio arrivarci. Ma prima di parteciparli, gli utili dobbiamo farli”.

Mi pare di capire che dopo Pomigliano e Mirafiori il nuovo contratto investirà anche Melfi e Cassino: è così?
“Non c’è alternativa. Non possiamo vivere in due mondi. Io spero che, visto l’accordo alla prova, non vorranno vivere nel secondo mondo nemmeno gli operai”.

Cosa resterà di italiano nelle nuove auto prodotte a Mirafiori?
“Il Centro Stile rimane qui, dunque il design, ma anche i progetti, le piattaforme di origine: la piattaforma della Giulietta è nata qui, è stata riadattata negli Usa adesso torna qui per fare da base ai Suv Jeep e Alfa. E la motoristica è qui”.

E la testa?
“Bisognerà abituarsi al fatto che avremo più teste, a Torino, a Detroit, in Brasile, in Turchia, spero in Cina. E un cuore solo. Così rimarranno vive quelle quattro lettere del marchio Fiat. Vediamole. Fabbrica: produciamo ancora, vogliamo produrre di più. Italiana: siamo qui, e non vendiamo nulla. Automobili: resta il cuore del business. Torino: se ha dei dubbi, apra la mia finestra e guardi fuori”.

di EZIO MAURO  da repubblica.it via laltranotizia.net


2 Comments

  1. riccardo6667 says:

    Il potere democratico del consumatore cosmopolita .

    Dalla parte dei consumatori e lo siamo tutti: imprenditori e lavoratori,elettori di destra e di sinistra,amministratori ed amministrati,criminali e cittadini onesti,cattolici e laici,sposati e separati, eterosessuali ed omosessuali, insegnanti e scolari, malati e medici, genitori e figli ………..Tutti vogliamo i prodotti migliori per prezzo e qualità e tutti vogliamo far parte della loro produzione.Stiamo arrivando alla globalizzazione del mercato mondiale.
    Ormai quasi tutti gli abitanti di questo pianeta sono mossi dal desiderio di essere consumatori e produttori, perchè ogniuno possa migliorare le proprie condizioni di vita. Che il lavoro nobilitasse l’uomo, l’abbiamo sempre saputo purchè lavori e libero nelle scelte del consumo. C’è stata l’era del consumismo, che in parte c’è ancora , come ancora c’è chi non ha di che per vivere.
    Ora, con il risveglio dei cinesi,indiani,brasiliani e degli ex comunisti, è iniziata l’era del consumatore-produttore con un mercato di prodotti diffuso in tutto il pianeta e sempre più facilmente raggiungibile sul web. E tutti cercano di produrre per soddisfare le richieste possibilmente di tutti i consumatori a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, dal credo religioso e politico, dal luogo di proveninza.
    Le lotte tra capitale e forza lavoro sono insensate e paradossali: sono solo ostacoli al raggiungimento dello stesso obiettivo:il consumo del prodotto migliore per qualità e prezzo, del quale entrambi sono anche protagonisti. Marx va messo nel cassetto. Il capitalista moderno (o meglio l’imprenditore moderno), contrariamente a quello descritto da Marx e quello autoritario di Stato o quello recentemente descritto da Alberto Asor Rosa “eterno accomulatore che sogna di sostituire la fastidiosa forza lavoro con le macchine che producono macchine”,ha bisogno, come non mai, di lavoratori perchè siamo tutti consumatori.
    Del tutto fuori luogo è il sindacalismo del muro contro muro, del lavoratore contro il padrone predicato in piazza s. Giovanni a Roma da Maurizio Landini e difeso da Paolo Flores d’Arcais su Il fatto quotidiano del 20/10/2010. Contro il Governo, invece, si! Quando non mantiene le promesse fatte in campagna elettorale. In questo caso padrone e sindacato saranno assieme per un unico motivo.
    Leggendo l’articolo di Giorgio Bocca “dove sbaglia Marchionne” su L’espresso del 29/07/2010, mi permetto di chiedermi dove sbaglia Bocca? Egli, infatti, sostiene che “l’idea del potere in una impresa come in uno Stato , debba avere mano libera sui dipendenti e sui cittadini è di quelle dure a morire”. Nelle democrazie avanzate (al contrario delle dittature) il potere politico è del popolo che sceglie i suoi candidati ed il potere dell’impresa è inesistente se non ha un prodotto che soddisfa le esigenze del cittadino consumatore. Come pure in una libera economia globalizzata (al contrario di quelle monopolistiche)la produzione offre enormi possibilità di scelta per il cosumatore cittadino. Per rispondere a Sergio Bocca dico che il potere dell’impresa anche in Italia è morto per tutte quelle imprese con prodotti che non destano interesse al consumatore per qualità e prezzo. il potere dello Stato, invece è vivo e rampante per abdicazione del popolo che paga le tasse, reso ormai a stato di suddito.
    Su la Repubblica del 29/12/2010 Ichino dice che una parte della sinistra deve smetterla di sostenere che “Pomegliano e Mirafiori violino i diritti fondamentali dei lavoratori”. Ed io aggiungo che questa sinistra per continuare consolidare il suo potere di posizione rischia di mettere in fuga il capitale ed aumentare ulteriormente la disoccupazione.
    La Marchionne-Fiat sta chiedendo ai lavoratori, in un libero mercato globale, di adeguarsi alle esigenza fondamentale di stare nel mercato; cioè produrre auto sempre più competitive ,sempre più apprezzate dal consumatore senza se e senza ma, altrimenti saranno altre ad essere preferite ed acquistate . Il libero mercato globale, non fa distinzione tra imprenditore e lavoratore.Riconosce solo il prodotto richiesto dal consumatore che è anche imprenditore e lavoratore, capitale e forza lavoro indissolubilmente insieme. Semmai questi due dovranno stringere un patto di solidarietà finalizzato a produrre oggetti (auto o altro) che possano sempre più catturare l’interesse del consumatore cosmopolita, perchè ci saranno altri imprenditori – lavoratori che faranno gli stessi oggetti nel resto del mondo.E nel mondo ci sono ricchi e molti poveri. Questi ultimi giustamente vorranno, quanto meno, essere meno poveri anche se a scapito dei ricchi (per questo attualmente sono in crisi), che, tuttavia, dovranno ugualmente essere competitivi per continuare a vendere, non perdere quote di mercato, pena la scomparsa del capitale e l’azzeramento della forza lavoro per la perdita del potere d’acquisto.
    Infatti la Marchionne-Fiat trova conveniente produrre una parte dei suoi prodotti in Polonia, brasile,da ultimo in Serbia, dove ha trovato condizioni molto favorevoli per i contributi economici dell’Europa, dello Stato Serbo ed una tassazione molto inferiore sul costo del lavoro rispetto all’Italia. Lo Stato Serbo è povero e vuole essere meno povero! Lo Stato Italiano è ricco, ma non ha risorse da investire e per detassare il costo del lavoro. Infatti, da molti anni non ci sono investitori stranieri in Italia e molte eccellenze produttive italiane sono costrette a delocalizzare e così le eccellenze professionali ad emigrare.L’impresa ed il professionista capace, quindi, inseguono le richieste del consumatore cosmopolita. Dunque il Governo italiano non ha alcuna politica nè per l’occupazione nè per le imprese.
    La globalizzazione del mercato significa richiesta mondiale di ridistribuzione del benessere e rimedio a disugualianze ingiusticate (secondo i principi di liberté,égalité e fraternité-diritto e democrazia).Metà del mondo in media guadagna 30 mila dollari all’anno, l’altra metà 3 mila.Quest’ultima (prevalentemente nei paesi asiatici) aspira di arrivare a 10 mila tra 10 anni.
    I lavoratori cinesi, dal capitalismo monopolista di Stato, accomulatore di armi e di potere sui cittadini-lavoratori, sono stati costretti per un lungo periodo ad essere consumatori senza possibilità di scelta (senza diritti e libertà).Da qualche tempo lo Stato padrone, non più costretto difendersi dal resto del mondo, ha concesso un pò di libertà d’impresa allo scopo di ridurre il divario tra ricchi e poveri, offrendo, quindi, al mercato più prodotti di consumo.Ora, gli operai cinesi che hanno acquisito un pò più capacità di consumo e di conseguenza anche diritti, stanno scoprendo il sindacato che li difenda dallo Stato padrone. Mentre la leadership cinese, di cui il Presidente Hu Jintao e Primo ministro Wen Joiabao, insediata da 8 anni con lo scopo di guidare uno sviluppo sociale armonioso, è molto preoccupata.
    Di recente,infatti, il Comitato centrale del partito comunista cinese(PCC), secondo la stampa cinese, deciderà una spesa di 4 mila miliardi di yuan per il quinquennio (2011-2015) per tagliare le tasse, finanziare l’energia alternativa, la protezione ambientale e le telecomunicazioni.Con lo scopo di fronteggiare il preoccupante divario di crescita tra ricchi e poveri che mette a rischio la tenuta della tanto auspicata “società armoniosa” ed i duri attacchi degli Stati concorrenti per la vessatoria politica di espansione commerciale mondiale.
    Gli Stati concorrenti (Tutto l’occidente sviluppato) stanno attraversando,infatti, una gravissima crisi di sistema produttivo, basta pensare come capo fila gli Stati Uniti, dove è iniziata con il tracollo finanziario ed ora in ginocchio per l’alto tasso di disoccupazione.
    Anche in Italia succede da alcuni anni che il divario tra ricchi e poveri è molto aumentato, provocando una grave disarmonia sociale espressa ultimamente in continue proteste di vario tipo per la perdita del lavoro o per le gravi inadeguatezze nel posto di lavoro e scioperi per disfunzione di molti servizi sociali. Addirittura, Piero Ostellino lo definisce un “clima da guerra civile”. Le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori sono tutte gravemente preocupate:sia per l’inerzia del Governo che per la globalizzazione mondiale del mercato che comporta sicuramente una nuova strategia produttiva: la competizione si è esacerbata, per i circa 4 miliardi di cittadini poveri che stanno scoprendo il mercato come possibilità di produrre e di consumare di più per migliorare le loro condizioni di vita.
    Ho ascoltato il discorso della Presidente della confindustria Emma Marcegaglia al forum dei piccoli e medi imprenditori a Prato e quello del segretario della CGL Guglielmo Epifani a Piazza S. Giovanni a Roma . Sono entrambi molto arrabbiati:l’una in difesa degli imprenditori e l’altro in difesa dei lavoratori.Ma per difendersi da chi? Per la prima volta dallo stesso nemico :da questo Governo ladro di promessse mancate.
    La maggioranza dei consumatori lo ha votato perchè fosse aumentata a ciascuno la capacità di acquisto, producendo di più e meglio.Invece è successo quello che di solito avviene negli stati governati da regimi autoritari e corrotti, dove il potere di acquisto aumenta e di molto per chi non produce beni di consumo, per aver acquisito, violando le leggi democratiche, posizioni di privilegio, parassitarie e confliggendo i propri interessi personali con quelli di tutti i cittadini. Si certo i lavoratori se la prendono ancora con il capitalista esoso e sfruttatore.
    C’è Piero Sansonetti che vede, ancora, in Marchionne il demolitore del più forte dei sidacati operai per poter poi imporre un nuovo schema di relazioni industriali, nel quale il capitolo “diritti del lavoratore” diventi puramente e semplicemente una variabile del profitto”.
    Quì mi pare che confonda il capitalismo dei mafiosi, quello del pubblico clientelare, degli evasori fiscali, con il capitalismo, per lo più con poco capitale (dei piccoli e medi imprenditori). dei ben intenzionati a scommettere con il mercato.Alcuni già con prodotti di grande interesse per il consumatore sia nazionale che enternazionale, altri in gravi difficoltà ed alle volte costretti a licenziare i propri lavoratori con sofferenza a tal punto che alcuni ( già circa un centinaio) arrivano anche al suicidio, alcuni per incopetenza,ma per la maggioranza, per l’elevata tassazione sul lavoro, l’arretratezza delle infrastrutture, la diffusa corruzione,che costa al cittadino che paga le tasse 60 miliardi secondo la Corte dei Conti ed i gravissimi ritardi di quasi tutte le pubbliche amministrazioni: centrali, regionali,provinciali, comunali e le deprecabili consorterie per il pagamento di prodotti acquistati da cittadini fornitori . A questo proposito,sta intervenendo duramente anche il governo dell’Unione Europea per costringerle a pagare con tempi di mercato.
    Purtroppo, le proteste reiterate della Confindustria e dei sindacati al Governo per la sua insopportabile inerzia, hanno per lo più nessun ascolto oppure la risposta è sempre la stessa: non ci sono soldi.Non ci sono per lo sviluppo, la ricerca, le infrastrutture, la sicurezza e la giustizia, ce ne sono, invece, e molti, per la corruzione, per chi evade le tasse, per le spese improduttive,per i voti di scambio, per i previlegi, insomma per gli interessi individuali della casta.
    Mentre la Germania già nel 2006, appena ha sentito l’avanzata innarrestabile nel mercato della Toyota, ha provveduto aumentando l’orario di lovoro, la flessibilità dello stesso e riducendo l’alto costo del lavoro. Inoltre alla richiesta del sindacato di garantire il mantenimento dei livelli occupazionali fino il 2011,accosentendo in cambio alla azienda il congelamento dei salari . Visto, anche, l’alto incremento produttivo per la forte richiesta del mercato, prossimamente si passerà anche al regime dei tre turni, cioè al pieno utilizzo degli impianti.
    Con un sindacato, dunque, che collabora, che accetta le riforma del mercato del lavoro e la flessibilità della contrattazione collettiva, dando molto più spazio agli accordi aziendali, la Germania per il forte incremento della produttività ha avuto un Pil del 3,4% di crescita. E’ il paese più competitivo d’Europa ed salari più alti..Merito di uno Governo che ha ridotto il costo del lavoro,un sindacato attento alla occupazione, aziende attente al mercato ed in più i media attenti alla corruzione come è successo nel 2005 mandando a casa un potente sindacalista Peter Hartz compiacente con un altrettanto potente capo consiglio di frabbrica Klaus Volkert.
    In Italia, dove l’arte dell’ arrangiarsi è una consuetudine, i consumatori in un mercato globalizzato, malgrado un Governo sprecone dal quale si sentono derubati di qualità di vita,stanno reagendo con accurate ricerche di acquistare comunque prodotti e servizi di qualità a prezzi contenuti: low cost. E secondo l’ interessanti ricerche di Dario Di Vico,pubblicate nel Corriere della sera, si sta sviluppando il mercato low cost del made in Italy.Purtroppo, dopo la deludente esperienza di molti consumatori del mercato cinese dove c’era il prezzo molto basso ma merce contraffatta e pericolosa.
    Occorre premettere che, Il mercato low cost per avere successo con i consumatori, è frutto di una approfondita ed attenta ricerca per come adeguare un prodotto di qualità in un mercato democratico, anche al limite più basso del potere di acquisto del consumatore, tendenzialmente alla portata di tutti, perciò democratico.E’ il risultato di un’ottimizzazione dei processi industriali e distributivi, di intensi e continui studi e ricerca in collaborazione con le università per la continua innovazione dei prodotti già presenti e di nuovi .
    Chi ci ha provato già da molto tempo, come l’ Ikea in Svezia e Benetton in Italia non hanno subito crisi e continuano incrementare il fatturato perchè hanno fatto molto risparmiare alle famiglie .Da allora il mercato low cost è in continua espansione arricchendosi sempre di più di prodotti e servizi a tal punto da far succedere quello che per la politica è impossibile.Nell’agroalimentare, per esempio, dopo la nascita della rete impresa Italia con le “Coop tricolori”, hanno progettato di legare l’unità della rappresentanza politico-sindacale delle tre maggiori con un fatturato di 130 miliardi, 12 milioni di soci e 1,1 millioni di lavoratori: Agci di tradizione laica,la Confcooperative di tradizione cattolica e Lega coop socialcomunista. Pur nella diversità di cultura della cooperazione, c’è una visione omogenea della modernità: parlano di ricerca, innovazione e patrimonializzazione dell’imprese come una sfida al mercato intusiasmante da condividere, sicure di aver ben interpretato le esigenze del consumatore.
    I partiti politici, invece, dopo aver raccontato ai propri elettori delle favole, si dimenticano dell’elettore consumatore che chiede pure servizi migliori per qualità e prezzo ed un ambiente ecosostenibile, mentre loro, invece, si guardono l’ombelico.
    Una buona notizia invece ci la danno un importante imprenditore,che con le ferrari ci riempe di orgoglio italico Luca Montezemolo e la neo leader delle CGL Susanna Camusso di avere un obiettivo in comune.Allora si può azzardare che tutto il sindacato :CGL,CISL ed UIL,visti anche i precedenti accordi di Pomiliano, non solo si alleareranno per competere con prodotti da far preferire al consumatore rispetto ad altri,ma anche insieme, combattere chi ostacola la produzione di qualità e prezzo. Montezemolo dice:” è paradossale che chi lavora sia tassato di più di chi non lavora” e lotta agli evasori, perchè “chi evade è un ladro”.
    Il vero nemico dunque, per chi avesse ancora dubbi, di tutti i cittadini di buona volontà è questo vetusta ed appestata di previlegi e corruzione classe politica.Ma fa sperare molto di più la protesta dei giovani studenti e comunque dei senza speranza per il loro futuro, finchè non cambierà questa decennale politica dai primati negativi.
    Per questa classe di mercanti di voti il capitale ed i lavoratori in Italia sono seriamente a rischio e le associazioni che li rappresentano devono stringere una alleanza compatta e determinata a combattere i veri nemici :corruzione, conflitti d’interessi, il debito pubblico, burocrazia ingessata , insicurezza, degrado ambientale, servizi pubblici impoveriti ed istituzioni in pericolo.
    Riccardo Nogara

    Il potere democratico del consumatore cosmopolita .

    Dalla parte dei consumatori e lo siamo tutti: imprenditori e lavoratori,elettori di destra e di sinistra,amministratori ed amministrati,criminali e cittadini onesti,cattolici e laici,sposati e separati, eterosessuali ed omosessuali, insegnanti e scolari, malati e medici, genitori e figli ………..Tutti vogliamo i prodotti migliori per prezzo e qualità e tutti vogliamo far parte della loro produzione.Stiamo arrivando alla globalizzazione del mercato mondiale.
    Ormai quasi tutti gli abitanti di questo pianeta sono mossi dal desiderio di essere consumatori e produttori, perchè ogniuno possa migliorare le proprie condizioni di vita. Che il lavoro nobilitasse l’uomo, l’abbiamo sempre saputo purchè lavori e libero nelle scelte del consumo. C’è stata l’era del consumismo, che in parte c’è ancora , come ancora c’è chi non ha di che per vivere.
    Ora, con il risveglio dei cinesi,indiani,brasiliani e degli ex comunisti, è iniziata l’era del consumatore-produttore con un mercato di prodotti diffuso in tutto il pianeta e sempre più facilmente raggiungibile sul web. E tutti cercano di produrre per soddisfare le richieste possibilmente di tutti i consumatori a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, dal credo religioso e politico, dal luogo di proveninza.
    Le lotte tra capitale e forza lavoro sono insensate e paradossali: sono solo ostacoli al raggiungimento dello stesso obiettivo:il consumo del prodotto migliore per qualità e prezzo, del quale entrambi sono anche protagonisti. Marx va messo nel cassetto. Il capitalista moderno (o meglio l’imprenditore moderno), contrariamente a quello descritto da Marx e quello autoritario di Stato o quello recentemente descritto da Alberto Asor Rosa “eterno accomulatore che sogna di sostituire la fastidiosa forza lavoro con le macchine che producono macchine”,ha bisogno, come non mai, di lavoratori perchè siamo tutti consumatori.
    Del tutto fuori luogo è il sindacalismo del muro contro muro, del lavoratore contro il padrone predicato in piazza s. Giovanni a Roma da Maurizio Landini e difeso da Paolo Flores d’Arcais su Il fatto quotidiano del 20/10/2010. Contro il Governo, invece, si! Quando non mantiene le promesse fatte in campagna elettorale. In questo caso padrone e sindacato saranno assieme per un unico motivo.
    Leggendo l’articolo di Giorgio Bocca “dove sbaglia Marchionne” su L’espresso del 29/07/2010, mi permetto di chiedermi dove sbaglia Bocca? Egli, infatti, sostiene che “l’idea del potere in una impresa come in uno Stato , debba avere mano libera sui dipendenti e sui cittadini è di quelle dure a morire”. Nelle democrazie avanzate (al contrario delle dittature) il potere politico è del popolo che sceglie i suoi candidati ed il potere dell’impresa è inesistente se non ha un prodotto che soddisfa le esigenze del cittadino consumatore. Come pure in una libera economia globalizzata (al contrario di quelle monopolistiche)la produzione offre enormi possibilità di scelta per il cosumatore cittadino. Per rispondere a Sergio Bocca dico che il potere dell’impresa anche in Italia è morto per tutte quelle imprese con prodotti che non destano interesse al consumatore per qualità e prezzo. il potere dello Stato, invece è vivo e rampante per abdicazione del popolo che paga le tasse, reso ormai a stato di suddito.
    Su la Repubblica del 29/12/2010 Ichino dice che una parte della sinistra deve smetterla di sostenere che “Pomegliano e Mirafiori violino i diritti fondamentali dei lavoratori”. Ed io aggiungo che questa sinistra per continuare consolidare il suo potere di posizione rischia di mettere in fuga il capitale ed aumentare ulteriormente la disoccupazione.
    La Marchionne-Fiat sta chiedendo ai lavoratori, in un libero mercato globale, di adeguarsi alle esigenza fondamentale di stare nel mercato; cioè produrre auto sempre più competitive ,sempre più apprezzate dal consumatore senza se e senza ma, altrimenti saranno altre ad essere preferite ed acquistate . Il libero mercato globale, non fa distinzione tra imprenditore e lavoratore.Riconosce solo il prodotto richiesto dal consumatore che è anche imprenditore e lavoratore, capitale e forza lavoro indissolubilmente insieme. Semmai questi due dovranno stringere un patto di solidarietà finalizzato a produrre oggetti (auto o altro) che possano sempre più catturare l’interesse del consumatore cosmopolita, perchè ci saranno altri imprenditori – lavoratori che faranno gli stessi oggetti nel resto del mondo.E nel mondo ci sono ricchi e molti poveri. Questi ultimi giustamente vorranno, quanto meno, essere meno poveri anche se a scapito dei ricchi (per questo attualmente sono in crisi), che, tuttavia, dovranno ugualmente essere competitivi per continuare a vendere, non perdere quote di mercato, pena la scomparsa del capitale e l’azzeramento della forza lavoro per la perdita del potere d’acquisto.
    Infatti la Marchionne-Fiat trova conveniente produrre una parte dei suoi prodotti in Polonia, brasile,da ultimo in Serbia, dove ha trovato condizioni molto favorevoli per i contributi economici dell’Europa, dello Stato Serbo ed una tassazione molto inferiore sul costo del lavoro rispetto all’Italia. Lo Stato Serbo è povero e vuole essere meno povero! Lo Stato Italiano è ricco, ma non ha risorse da investire e per detassare il costo del lavoro. Infatti, da molti anni non ci sono investitori stranieri in Italia e molte eccellenze produttive italiane sono costrette a delocalizzare e così le eccellenze professionali ad emigrare.L’impresa ed il professionista capace, quindi, inseguono le richieste del consumatore cosmopolita. Dunque il Governo italiano non ha alcuna politica nè per l’occupazione nè per le imprese.
    La globalizzazione del mercato significa richiesta mondiale di ridistribuzione del benessere e rimedio a disugualianze ingiusticate (secondo i principi di liberté,égalité e fraternité-diritto e democrazia).Metà del mondo in media guadagna 30 mila dollari all’anno, l’altra metà 3 mila.Quest’ultima (prevalentemente nei paesi asiatici) aspira di arrivare a 10 mila tra 10 anni.
    I lavoratori cinesi, dal capitalismo monopolista di Stato, accomulatore di armi e di potere sui cittadini-lavoratori, sono stati costretti per un lungo periodo ad essere consumatori senza possibilità di scelta (senza diritti e libertà).Da qualche tempo lo Stato padrone, non più costretto difendersi dal resto del mondo, ha concesso un pò di libertà d’impresa allo scopo di ridurre il divario tra ricchi e poveri, offrendo, quindi, al mercato più prodotti di consumo.Ora, gli operai cinesi che hanno acquisito un pò più capacità di consumo e di conseguenza anche diritti, stanno scoprendo il sindacato che li difenda dallo Stato padrone. Mentre la leadership cinese, di cui il Presidente Hu Jintao e Primo ministro Wen Joiabao, insediata da 8 anni con lo scopo di guidare uno sviluppo sociale armonioso, è molto preoccupata.
    Di recente,infatti, il Comitato centrale del partito comunista cinese(PCC), secondo la stampa cinese, deciderà una spesa di 4 mila miliardi di yuan per il quinquennio (2011-2015) per tagliare le tasse, finanziare l’energia alternativa, la protezione ambientale e le telecomunicazioni.Con lo scopo di fronteggiare il preoccupante divario di crescita tra ricchi e poveri che mette a rischio la tenuta della tanto auspicata “società armoniosa” ed i duri attacchi degli Stati concorrenti per la vessatoria politica di espansione commerciale mondiale.
    Gli Stati concorrenti (Tutto l’occidente sviluppato) stanno attraversando,infatti, una gravissima crisi di sistema produttivo, basta pensare come capo fila gli Stati Uniti, dove è iniziata con il tracollo finanziario ed ora in ginocchio per l’alto tasso di disoccupazione.
    Anche in Italia succede da alcuni anni che il divario tra ricchi e poveri è molto aumentato, provocando una grave disarmonia sociale espressa ultimamente in continue proteste di vario tipo per la perdita del lavoro o per le gravi inadeguatezze nel posto di lavoro e scioperi per disfunzione di molti servizi sociali. Addirittura, Piero Ostellino lo definisce un “clima da guerra civile”. Le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori sono tutte gravemente preocupate:sia per l’inerzia del Governo che per la globalizzazione mondiale del mercato che comporta sicuramente una nuova strategia produttiva: la competizione si è esacerbata, per i circa 4 miliardi di cittadini poveri che stanno scoprendo il mercato come possibilità di produrre e di consumare di più per migliorare le loro condizioni di vita.
    Ho ascoltato il discorso della Presidente della confindustria Emma Marcegaglia al forum dei piccoli e medi imprenditori a Prato e quello del segretario della CGL Guglielmo Epifani a Piazza S. Giovanni a Roma . Sono entrambi molto arrabbiati:l’una in difesa degli imprenditori e l’altro in difesa dei lavoratori.Ma per difendersi da chi? Per la prima volta dallo stesso nemico :da questo Governo ladro di promessse mancate.
    La maggioranza dei consumatori lo ha votato perchè fosse aumentata a ciascuno la capacità di acquisto, producendo di più e meglio.Invece è successo quello che di solito avviene negli stati governati da regimi autoritari e corrotti, dove il potere di acquisto aumenta e di molto per chi non produce beni di consumo, per aver acquisito, violando le leggi democratiche, posizioni di privilegio, parassitarie e confliggendo i propri interessi personali con quelli di tutti i cittadini. Si certo i lavoratori se la prendono ancora con il capitalista esoso e sfruttatore.
    C’è Piero Sansonetti che vede, ancora, in Marchionne il demolitore del più forte dei sidacati operai per poter poi imporre un nuovo schema di relazioni industriali, nel quale il capitolo “diritti del lavoratore” diventi puramente e semplicemente una variabile del profitto”.
    Quì mi pare che confonda il capitalismo dei mafiosi, quello del pubblico clientelare, degli evasori fiscali, con il capitalismo, per lo più con poco capitale (dei piccoli e medi imprenditori). dei ben intenzionati a scommettere con il mercato.Alcuni già con prodotti di grande interesse per il consumatore sia nazionale che enternazionale, altri in gravi difficoltà ed alle volte costretti a licenziare i propri lavoratori con sofferenza a tal punto che alcuni ( già circa un centinaio) arrivano anche al suicidio, alcuni per incopetenza,ma per la maggioranza, per l’elevata tassazione sul lavoro, l’arretratezza delle infrastrutture, la diffusa corruzione,che costa al cittadino che paga le tasse 60 miliardi secondo la Corte dei Conti ed i gravissimi ritardi di quasi tutte le pubbliche amministrazioni: centrali, regionali,provinciali, comunali e le deprecabili consorterie per il pagamento di prodotti acquistati da cittadini fornitori . A questo proposito,sta intervenendo duramente anche il governo dell’Unione Europea per costringerle a pagare con tempi di mercato.
    Purtroppo, le proteste reiterate della Confindustria e dei sindacati al Governo per la sua insopportabile inerzia, hanno per lo più nessun ascolto oppure la risposta è sempre la stessa: non ci sono soldi.Non ci sono per lo sviluppo, la ricerca, le infrastrutture, la sicurezza e la giustizia, ce ne sono, invece, e molti, per la corruzione, per chi evade le tasse, per le spese improduttive,per i voti di scambio, per i previlegi, insomma per gli interessi individuali della casta.
    Mentre la Germania già nel 2006, appena ha sentito l’avanzata innarrestabile nel mercato della Toyota, ha provveduto aumentando l’orario di lovoro, la flessibilità dello stesso e riducendo l’alto costo del lavoro. Inoltre alla richiesta del sindacato di garantire il mantenimento dei livelli occupazionali fino il 2011,accosentendo in cambio alla azienda il congelamento dei salari . Visto, anche, l’alto incremento produttivo per la forte richiesta del mercato, prossimamente si passerà anche al regime dei tre turni, cioè al pieno utilizzo degli impianti.
    Con un sindacato, dunque, che collabora, che accetta le riforma del mercato del lavoro e la flessibilità della contrattazione collettiva, dando molto più spazio agli accordi aziendali, la Germania per il forte incremento della produttività ha avuto un Pil del 3,4% di crescita. E’ il paese più competitivo d’Europa ed salari più alti..Merito di uno Governo che ha ridotto il costo del lavoro,un sindacato attento alla occupazione, aziende attente al mercato ed in più i media attenti alla corruzione come è successo nel 2005 mandando a casa un potente sindacalista Peter Hartz compiacente con un altrettanto potente capo consiglio di frabbrica Klaus Volkert.
    In Italia, dove l’arte dell’ arrangiarsi è una consuetudine, i consumatori in un mercato globalizzato, malgrado un Governo sprecone dal quale si sentono derubati di qualità di vita,stanno reagendo con accurate ricerche di acquistare comunque prodotti e servizi di qualità a prezzi contenuti: low cost. E secondo l’ interessanti ricerche di Dario Di Vico,pubblicate nel Corriere della sera, si sta sviluppando il mercato low cost del made in Italy.Purtroppo, dopo la deludente esperienza di molti consumatori del mercato cinese dove c’era il prezzo molto basso ma merce contraffatta e pericolosa.
    Occorre premettere che, Il mercato low cost per avere successo con i consumatori, è frutto di una approfondita ed attenta ricerca per come adeguare un prodotto di qualità in un mercato democratico, anche al limite più basso del potere di acquisto del consumatore, tendenzialmente alla portata di tutti, perciò democratico.E’ il risultato di un’ottimizzazione dei processi industriali e distributivi, di intensi e continui studi e ricerca in collaborazione con le università per la continua innovazione dei prodotti già presenti e di nuovi .
    Chi ci ha provato già da molto tempo, come l’ Ikea in Svezia e Benetton in Italia non hanno subito crisi e continuano incrementare il fatturato perchè hanno fatto molto risparmiare alle famiglie .Da allora il mercato low cost è in continua espansione arricchendosi sempre di più di prodotti e servizi a tal punto da far succedere quello che per la politica è impossibile.Nell’agroalimentare, per esempio, dopo la nascita della rete impresa Italia con le “Coop tricolori”, hanno progettato di legare l’unità della rappresentanza politico-sindacale delle tre maggiori con un fatturato di 130 miliardi, 12 milioni di soci e 1,1 millioni di lavoratori: Agci di tradizione laica,la Confcooperative di tradizione cattolica e Lega coop socialcomunista. Pur nella diversità di cultura della cooperazione, c’è una visione omogenea della modernità: parlano di ricerca, innovazione e patrimonializzazione dell’imprese come una sfida al mercato intusiasmante da condividere, sicure di aver ben interpretato le esigenze del consumatore.
    I partiti politici, invece, dopo aver raccontato ai propri elettori delle favole, si dimenticano dell’elettore consumatore che chiede pure servizi migliori per qualità e prezzo ed un ambiente ecosostenibile, mentre loro, invece, si guardono l’ombelico.
    Una buona notizia invece ci la danno un importante imprenditore,che con le ferrari ci riempe di orgoglio italico Luca Montezemolo e la neo leader delle CGL Susanna Camusso di avere un obiettivo in comune.Allora si può azzardare che tutto il sindacato :CGL,CISL ed UIL,visti anche i precedenti accordi di Pomiliano, non solo si alleareranno per competere con prodotti da far preferire al consumatore rispetto ad altri,ma anche insieme, combattere chi ostacola la produzione di qualità e prezzo. Montezemolo dice:” è paradossale che chi lavora sia tassato di più di chi non lavora” e lotta agli evasori, perchè “chi evade è un ladro”.
    Il vero nemico dunque, per chi avesse ancora dubbi, di tutti i cittadini di buona volontà è questo vetusta ed appestata di previlegi e corruzione classe politica.Ma fa sperare molto di più la protesta dei giovani studenti e comunque dei senza speranza per il loro futuro, finchè non cambierà questa decennale politica dai primati negativi.
    Per questa classe di mercanti di voti il capitale ed i lavoratori in Italia sono seriamente a rischio e le associazioni che li rappresentano devono stringere una alleanza compatta e deteril debito pubblico, burocrazia ingessata , insicurezza, degrado ambientale, servizi pubblici Per questa classe di mercanti di voti il capitale ed i lavoratori in Italia sono seriamente a rischio e le associazioni che li rappresentano devono stringere una alleanza compatta e determinata a combattere i veri nemici :corruzione, conflitti d’interessi, il debito pubblico, burocrazia ingessata , insicurezza, degrado ambientale, servizi pubblici impoveriti ed istituzioni in pericolo.

    Riccardo Nogara

  2. [...] sua intervista a Repubblica, l’ad Fiat Marchionne si lamenta del fatto che viene talvolta indicato, sui giornali, come [...]

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