Giorgio Teruzzi un bambino di nome Gilles

UN BAMBINO DI NOME GILLES

Indossava un giubbotto di camoscio marrone. Stava lì, come un uccellino su un ramo, con Joanna a guardarlo, silenziosa, col timore di vederlo volare via. Eravamo in Canada, era il 1977.  Niki Lauda aveva appena vinto il suo secondo Mondiale e aveva dato fondo alla sua rabbia nei confronti del vecchio Enzo. Una rabbia ricambiata. Così, Niki disse ciao, mollando la squadra alla vigila del GP a Mosport, mentre Ferrari licenziava in tronco Ermanno Cuoghi, capomeccanico di Lauda, a Lauda fedelissimo.  Gilles Villeneuve così comparve. Come strumento di un dissidio feroce.

Ferrari, esasperato da un pilota capace di mettere in  seconda linea le macchine che guidava, lo aveva piazzato lì, ” al posto di”. Preso chissà dove, motoslitte, lande sperdute e fredde, Gilles Villeneuve? Ma chi diavolo è? Qualche scampolo di risposta potevamo darlo, noi tre o cinque, che lo avevamo visto a Silverstone qualche mese prima, filare senza pudore su una McLaren di serie B, al suo debutto in F.1. Niente di che al confronto di cosa sarebbe stato. Un tifone, un’iradiddio. Impiegò qualche tempo, quasi un anno per rassicurare chi l’aveva scelto, dopo aver tritato semiassi e musi, barriere e speranze. Ma poi, una volta prese le misure, non le perse mai più. Misure solo sue, ovviamente, calibrate su un cuore sproporzionato. Un piccolo bambino capace di buttare lì enormità agonistiche, scelleratezze da blocco digestivo, una tenerezza dei tratti da innamoramento collettivo.

La memoria, adesso, snocciola una quantità di immagini indelebili. Il corpo a corpo con Renè Arnoux a Digione,  quel volo a Long Beach mentre poteva vincere, un terremoto di barriere divelte a Silverstone, uno show alla cieca in Canada con l’ala anteriore della Ferrari che pare un parabrezza storto. Voli e spaventi distribuiti a chi aveva imparato a volergli bene anche per quel sistema lì, solo suo, di affrontare i rischi connessi al correre. Qualcosa che apparteneva ad un altro tempo, ad un’epica da primi capitoli. Nuvolari, infatti, come termine di paragone e di confronto. Non solo. Vittorie rare ma arraffate come il resto, con uno stile da scultore, roba da lasciare segni profondi nella memoria di tutti noi. E poi una disciplina nobile, quando venne la Ferrari buona per il titolo e il titolo sembò buono per Jody Scheckter, il suo compagno, un vero amico, rispettato sino in fondo, a costo di trattenere quella sua foga là.

Anno 1979.  Sangue blu, del resto, il suo, come quello di Peter Collins nel cuore oscuro degli anni Cinquanta, ragazzi convinti di avere tempo a sufficienza per prendere il dovuto, disposti a cedere il passo come fanno i cavalieri. Non ne avevano di tempo, entrambi, purtroppo. Che così fosse lo sospettammo tutti, a rate, osservando Gilles fare il matocco guidando una Fiat 131 da Montecarlo a Maranello con record del mondo battuti a raffica, guidando elicotteri senza alcun brevetto, seguendo le strade dall’alto, guidando motoscafi con sotto motori abnormi, guidando in pista con un coraggio virato all’autolesionismo. Uno spettacolo. Roba da fermare la domenica per aspettare il suo casco rosso e blu dentro la Ferrari. Ragazzi e mamme, uomini maturi e anziani. Tutti conquistati, tutti terrorizzati, perchè il conto andava ad allungarsi e il gioco poteva finisre di colpo, da una curva all’altra.

E’ morto in un sabato di maggio, giorno 8, anno 1982. Il conto arrivò puntualmente e la forma offrì una continuità con il resto. Gettato nel cielo, scardinato dall’abitacolo, una cosa mai vista, Nudo e solo come un bambino violentato, come quel cardellino comparso in quell’autunno del’77 all’improvviso. Nel giorno della fine Gilles era senza alcuna grazia. L’aveva perduta a Imola, pochi giorni prima, tradito dal suo compagno e amico Didier Pironi, dalla Ferrari. Perchè anche lui, Villeneuve, era ormai ben più in mostra rispetto al Cavallino, perchè da Maranello, Gilles era pronto a fuggire via. Così, la sua morte tragica e persino simbolica nella dinamica, ebbe attorno una amarezza da rimpianto, una lista di sospetti e sensi di colpa lunga così.

Il film era finito e noi tutti, pur avvisati con anticipo, avevamo a che fare con una tristezza sconsolatissima.  Gilles era stato troppo presente e adesso la pista mostrava un lutto a forma di voragine. Nessuno avrebbe potuto compensare, farci dimenticare. Come capita con i figli più vivaci ed esposti, Gilles aveva scatenato un istinto protettivo formidabile. Quel tempo che lui aveva scandito, con lui si era spento. Un tempo denso, intenso. Con dentro un’umanità tenera e violenta, il senso terribile e antico delle corse.  Ricordo di aver rivisto subito dopo la tragedia quelle ultime immagini girate a Zolder, durante le prove. Sapevo come era andata a finire, così come si sa come finisce Ettore che si batte contro Achille. Eppure, fotogramma dopo fotogramma, ricordo di aver sperato sino a convincermi di essere accontentato, che il finale fosse diverso, fosse un altro. La Ferrari che passa e che va via, da quello squasso, lui Gilles che sbuca fuori intatto, con il suo sorriso, la sua tromba, quella leggerezza che hanno solo i figli prediletti, appunto, solo i bambini.

di Giorgio Terruzzi da sport mediaset


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