Monti appoggia Marchionne la Fiat può scegliere dove investire

1- IL SALVATORE DELLA PATRIA BANCARIA RIGOR MONTI SI RICORDA DI ESSERE STATO UN MEMBRO DEL CDA FIAT A CAVALLO TRA GLI ANNI OTTANTA E NOVANTA, E DA IL VIA LIBERA A MARPIONNE DI FARE IL CAZZO CHE GLI PARE: “CHI GESTISCE FIAT HA IL DIRITTO E IL DOVERE DI SCEGLIERE PER I SUOI INVESTIMENTI LE LOCALIZZAZIONI PIÙ CONVENIENTI” – 2- PER LA SERIE: CHI HA AVUTO, HA AVUTO, CHI HA DATO, HA DATO, SCURDÁMMOCE ‘O PASSATO, SIMMO ‘E NAPULE PAISÁ!”, AGGIUNGE: È STATO “IMPROPRIO CHE IN PASSATO LO STATO SIA INTERVENUTO CON I DENARI DEL CONTRIBUENTE PER SOSTENERE LA FIAT” – 3- L’IRA CGIL: “CERTE PAROLE NON CHIARISCONO CHE COSA FARÀ L´AD NEL NOSTRO PAESE” –  5- DIVERSAMENTE DAL MODELLO AUTORITARIO FIAT, CHE PRECIPITA SUI MERCATI E TAGLIA I POSTI DI LAVORO, NEL COLOSSO TEDESCO I MANAGER E GLI OPERAI DECIDONO INSIEME –

1- MONTI APPOGGIA MARCHIONNE: “FIAT PUÒ SCEGLIERE DOVE INVESTIRE”
Paolo Griseri per la Repubblica

La Fiat «non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell´Italia» perché «chi gestisce Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti». Mario Monti dice questo di fronte alla platea di Confindustria, l´associazione degli imprenditori dalla quale il Lingotto si è delocalizzato alla fine del 2011.

Il premier parla a ventiquattrore dal faccia a faccia con Sergio Marchionne, venerdì a Palazzo Chigi. Monti ammette che «il legame storico tra l´Italia e la Fiat non è sempre stato sano. E non è stato sano – ha aggiunto riferendosi alla vicenda Ford-Alfa Romeo dei primi anni´80 – che nella presunzione di proteggere alcuni interessi di breve periodo della Fiat si sia sostanzialmente impedito che acquirenti stranieri si interessassero a una società produttiva di auto italiane che avrebbe potuto costituire una testa di ponte per l´Italia».

Così come per Monti è stato «improprio che in passato lo Stato sia intervenuto con i denari del contribuente per sostenere le aziende», un fatto «avvenuto tantissime volte anche con la Fiat». Ma il premier non sembra intenzionato a voler intervenire sul Lingotto contro eventuali delocalizzazioni: «Forse darebbe soddisfazione a un politico vecchia maniera poter dire: “Ho insistito affinché la Fiat continui a sviluppare investimenti in Italia”», ha detto. Questo invece Monti non lo ha fatto perché quando si parla di aziende «tre cose sono fondamentali: produttività, flessibilità e soprattutto rispetto. Il Paese può esigere molto ma deve anche rispettare».

Le parole del premier non sembrano destinate a tranquillizzare chi teme un disimpegno del Lingotto dall´Italia. Disimpegno che al vertice di Palazzo Chigi Sergio Marchionne e John Elkann hanno smentito ma solo a patto che il sistema delle relazioni industriali consenta alla Fiat di ottenere dai dipendenti «produttività e flessibilità» con i nuovi accordi introdotti a partire da Pomigliano.

L´intervento di Monti, comunque, sembra anche voler segnare una profonda differenza rispetto all´atteggiamento avuto dalla mano pubblica nei confronti di Torino in un passato nemmeno troppo lontano. In questo il premier, che è stato anche membro del cda Fiat a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sembra seguire l´impostazione di Marchionne: lo Stato non dà nulla all´azienda, per non riprodurre il rapporto insano instaurato nel Novecento, e la Fiat si sente libera da obblighi particolari verso l´Italia.

Le parole del premier non sono piaciute alla Cgil: «Penso che si debba capire che cosa vuol fare davvero la Fiat in Italia», ha commentato Susanna Camusso, «e non mi pare che dalle cose dette da Monti siamo in questa condizione».

da dagospia.com


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